martedì 19 aprile 2011

Recensione | NIGHTMARE - ONE NIGHT OF INSURRECTION (2011)


Originariamente pubblicato su Metallized.it

One Night Of Insurrection è il secondo album live dei Nightmare, il primo immortalato da telecamere ufficiali. Arriva a suggellare una carriera trentennale che, tra l’altro, vide la band aprire nel 1984 per i Def Leppard di Pyromania davanti ad un pubblico di oltre 4000 persone. Celebrato il 31 Ottobre 2009 presso la Edmond Vigne Hall, al cospetto del pubblico amico della natia Grenoble, il concerto ripropone in prevalenza brani composti dal 2005 al 2009, periodo durante il quale il suono del combo transalpino è stato contaminato e rinfrescato da influenze power. 

L'intro è prevedibilmente coperta da applausi ed incitazioni e sembra quasi di vivere l'attesa e respirare l'eccitazione del pubblico per gli idoli di casa: tastiere siderali, di una luminosità cangiante da aurora boreale, finiscono impietosamente nello stesso pentolone insieme a rockers che rumoreggiano ed è una candida voce di bambino a zittirli, sulle prime note di Eternal Winter. Si avverte subito un iniziale sbilanciamento dei suoni, con la batteria relegata in seconda fascia e le due chitarre di Milleliri e Jess in evidenza. La canzone, di composizione recente, è un piacevole heavy-metal estremamente classico, di matrice ottantiana / Maideniana, algido quanto basta e ravvivato con timidezza da un drumming più groovy e con ispirati tocchi di doppia cassa; non propriamente coinvolgente, ma corale e ben innestato nella scontata rocciosità della canzone, il ritornello completa una dichiarazione d'intenti musicali che sembra fatta apposta per introdurci con fluidità alla successiva Wicked White Demons. Decisamente più carica, almeno nella strofa, la canzone subisce un perplimente arresto nel chorus, che tende ad adagiarsi in un'anacronistica lentezza, mentre un intelligente intreccio chitarristico sembra voler iniettare una miscela di Arch EnemyAt The Gates e Nevermore per ravvivare un quadretto altrimenti pacioso. Heretic si assesta su un classico mid-tempo: buono l'intrecciarsi delle voci a donare un minimo di dinamismo e tensione alla parte vocale; più scarsi, per resa dinamica ed ispirazione melodica i cori durante il ritornello, che sembrano applicati come toppe sui gomiti ed incapaci di risollevarlo da una rassegnata mancanza di convinzione. 

In attesa -vana- della killer song che sappia coinvolgerci per tutto l'arco della sua durata, si avverte la tendenza dei brani ad allungarsi inutilmente: compresi per la maggior parte tra i quattro ed i sette minuti, come a voler allungare il brodo, in una girandola di spunti fatta apposta per distogliere dal bersaglio. Il pubblico pare numeroso ed estremamente soddisfatto della performance, e per questo ci addentriamo con rinnovato entusiasmo nei meandri di Legions Of The Rising Sun: basta poco per realizzare che nelle premesse siamo davanti ad un metal roccioso, di quella quadratura prevedibile e perdonabile alla quale il genere ci ha abituato da quasi trent'anni. Il chorus però è poco ispirato, quasi decadente nella ricerca di un'affettazione di gusto tipicamente europeo. Peccato, perché le strofe sono interpretate con coinvolgimento, al punto che appaiono più riuscite le parti raccontate, di intermezzo, rispetto a quelle più musicali e suonate. Secret Rules sembra essere la canzone che aspettavamo: riffing potente, chitarre come scalpelli a scandire spezzare e scalfire, una strofa sognante ed arpeggiante, bridge in crescendo ed un ritornello che almeno ci prova; i risultati però confermano il fiato corto deiNightmare, che sul più bello perdono inesorabilmente in potenza e resa dinamica. Cominciamo a pensare che questo sia il gusto della band e che lo scalare delle marce sia voluto, quasi a voler rilasciare la potenza accumulata in modo più lento e graduale, teatrale, scenografico, diluito. Queen Of Love And Pain prosegue con granitica coerenza, con il drumming di David Amore che cerca disperatamente di ravvivare le cose (sembra evidente una sua formazione più moderna, di gusto power/death), senza che la struttura compositiva delle canzoni, a cavallo tra AOR a classic metal, gli accordi gli spazi necessari per esprimersi. Pur nel rispetto della scelta stilistica, le canzoni suonano oggettivamente prolisse e compassate, con assoli che si rivelano poco di più che competenti riempitivi in attesa di una scintilla che non scatta. Quello offerto dai metaller francesi è uno spettacolo al quale si assiste con piacere, perché professionalità ed affiatamento sono evidenti, senza tuttavia che venga innescata quella reazione istintiva di accompagnare la canzone con un coretto improvvisato, cantando parole a caso, o ticchettando il ritmo con qualsiasi cosa capiti per le mani. 

Le sirene di Three Miles Island introducono un altro momento potente, alla Bloodbound(compagni di etichetta, tra l'altro), ma un cantato poco melodico fa presagire la conclusione alla quale ci porteranno i francesi nel giro di qualche battuta: sollevato il coperchio finemente cesellato troviamo infatti un chorus filiforme e solitario, e la nostra insoddisfazione cresce come quella di naufraghi affamati davanti ad un raffinato piatto di nouvelle cuisine. Parimenti potentissima nelle premesse la successiva Cosmovisions, più semplice e diretta nell'accedere al chorus: efficace e longilinea, la canzone si spoglia degli orpelli, integra un coro di matrice gregoriana e mette a fuoco la potenza che la band riesce ad esprimere. Tutto benissimo? No, perché alcune imperfezioni di registrazione e fastidiosi sibili sono a mio parere inammissibili per un prodotto per il quale la casa discografica garantisce una "excellent audio quality". Target For Revenge si presenta lenta ed atmosferica e passa repentinamente ad un ritornellone corale e coinvolgente. Nonostante i ritmi non siano certo alti, la canzone gode di una coesione e di una fluidità inedite: peccato per la lunghezza di oltre sei minuti, infarcita fino alla nausea dall'assurdo reiterarsi di un ritornello piacevole, ma nulla più. The Gospel Of Judas è più moderna, con controcanti effettati e cattivi, ai confini del growl e pur mantenendo una buona velocità per tutta la sua durata paga qualcosa in termini di coesione, cadendo nel tranello di alcuni momenti davvero vuoti e piatti. Ci si avvia così verso la fine dell'album e si ha la sensazione che iNightmare, al di là del giusto tributo ad una carriera rispettabile, non abbiano più moltissimo da dire: The Winds Of Sin è il solito metal raccontato ed ingiallito, nel quale ancora una volta la potenza della sezione ritmica stride con l'impostazione conservatrice che un cantato stilisticamente pigro asseconda spesso & volentieri. Il contrasto, anche anagrafico, tra le due anime della band non sembra essere utilizzato in modo produttivo: altre realtà musicali hanno beneficiato dell'ingresso di componenti più giovani, penso a Dave Rude nei Tesla, ad esempio; nel caso dei francesi invece, la contaminazione non si traduce in un'amalgama ispirata. Si chiude con gli oltre sette minuti di The Watchtower, tra i fischi del pubblico che vorrebbe che il concerto non finisse mai. Anche in questo caso non si va al di là di un buon proposito, dal momento che nel corso della canzone troviamo assoli, cori, pause, screaming ed influenze eighties in una sorta di gran frullato che sembra voler accontentare, ed allo stesso tempo scontentare, un po' tutti. 

Voto: 65/100

GAMES | Uno sguardo al passato


Originariamente pubblicato su Gameplayer.it


"Per me una quattro stagioni!" 


E così, in attesa che mi portino la pizza, dopo un'intera giornata trascorsa a (cercare di) vendere case, affondo sul divano, sperando di non cadere tra le morbide braccia di Morfeo prima che l'omino suoni alla mia porta, e spio la mia Play2, con il pad un po' impolverato che le riposa a fianco. 

Mi viene in mente, complice il caldo di questi giorni, quando lavorai un'estate intera come bagnino (sì, proprio io che da buon metallaro finlandese mancato odio il caldo e la spiaggia!) per potermi comprare un Super Nintendo con gioco e 2 pad a 338.ooo lire.... 

Penso a quando per giocare con il C64 dovevo comprare in edicola Commodore Computer Club, digitare a mano intere pagine di listati, correggere gli immancabili errori di sintassi ed accontentarmi alla fine di giochi in Basic modestissimi che, allo spegnimento del computer, avrei perso per sempre, visto che la sola idea di poter salvare il tutto su cassetta sembrava fantascienza.... 

Penso al Gameboy, quello in bianco e nero, meraviglia tecnologica rispetto all'azione ripetitiva degli Scacciapensieri: penso alla scatola di polistirolo con il bollino della Mattel, alla cuffia rossa ed a quella blu, ai giochi che non capivi cosa c'era sullo schermo, ma in fondo sapevi che 2 pulsanti erano sufficienti a districarsi nella maggior parte delle situazioni... 

Penso al motorino del postino, a come lo avvertivo in lontananza sperando che si fermasse davanti a casa, che suonasse il campanello e mi consegnasse in fretta e furia quella cartuccia ordinata al telefono, dopo settimane di faticosi risparmi, in uno dei negozi pubblicizzati su Game Power, tra una recensione e l'altra del mitico Apecar... 

Penso alla prima Playstation, con questo laser che non si decideva a leggere fluidamente i filmati di intermezzo, e la console che andava e veniva dal fantomatico Centro di Assistenza Europeo in Belgio, come in un moderno viaggio della speranza.... 

Penso a Super Mario 64, a quel senso di estatico smarrimento di fronte ad un mondo tridimensionale cosi complesso, e fantastico. Penso alla prima nuotata nel fossato del castello, al volto di Mario da deformare con lo stick analogico, ai portali nei quali l'idraulico si tuffava per accedere ai vari livelli... 

Penso a quando giocare significava risparmiare per settimane, scegliere con cura, investire senza il conforto di Internet, dosare tempi ed impegno, perchè un gioco doveva durare, e andava amato, e conosciuto, e capito fino in fondo. 

Penso ad oggi, alla mia pizza, ed alla mia Play2 che sul mobile della sala sembra ancora una specie di oggetto misterioso. Tanti giochi, già, ordinatamente allineati sullo scaffale, tanto oggi si comprano da Mediaworld a poco più di 15 euro, e se anche ci si dimentica di provarli almeno una volta, chissenefrega. 

Penso alle console rare, che è diventato così facile trovare su Ebay, penso al mio PC Engine, al 3DO, al Jaguar ed al suo cuginetto Lynx, al CD-i, tutti acquistati nel disperato tentativo di tornare indietro nel tempo, a quando la mamma passava dalla tua camera e quasi ti compativa, vedendoti così entusiasta nel soffiare - senza sputare - sui contatti di una cartuccia, infilarla nella console e premere Start per dare inizio alla festa. 

Mi sento così vecchio, ed ho nostalgia per quei tempi, nei quali mi sentivo più ingenuo, e capace di sognare. Chissà se i ragazzi di oggi provano ancora le stesse emozioni, anche tattili, quando prendono in mano un Blu Ray Disc, o smanettano col Sixaxis o col telecomando Wii, come fosse la cosa più scontata del mondo. Chissà. 

"Terzo piano!". E' arrivata la mia pizza. Probabilmente dopo cena leggerò un fumetto, perchè la gestione dei personaggi di Obscure mi sembra così terribilmente complicata...

TECH | Videorecensione cellulare PALM PIXI PLUS


Palm Pixi Plus è la prima novità del CES 2010 di Las Vegas che ha fatto da apripista per il fratello Pre Plus presentato dopo qualche minuto. I due smartphone americani migliorano di qualche virgola rispetto alle versione senza Plus. Nel caso di Pixi la grande miglioria è il Wi-fi. Per il resto la scheda tecnica è del tutto simile per non dire identica alla precedente versione senza Wifi e senza Plus. Troviamo dunque lo schermo da 2.63 pollici a risoluzione 320 x 400 pixel di tipo capacitivo touchscreen con multitouch e una tastiera completa QWERTY esposta.

Recensione | HEATHENDOM - THE SYMBOLIST (2011)



Originariamente pubblicato su Metallized.it

Formati dai chitarristi Lefteris Vourliotis e Michail Vlavianos nel 1998, i greci Heathendom(paganesimo, in italiano) si presentano al pubblico con questo The Symbolist, secondo full-lenght dopo il demo Heathendom (2005) ed il debut-album Nescience (2008). Il quintetto ellenico propone un mix di non facile assimilazione, a cavallo tra power, classic e doom, con influenze progressive (evidenti soprattutto in certe parti di batteria) e rintocchi da horror movie soundtrack che fanno capolino nelle parti iniziali dei brani. Spunti ed influenze tra le più varie quindi, per una proposta ad ampio spettro che fa intraprendere l'ascolto con curiosità.

Endistancement By The Null Position si apre con il lento incidere di chitarre e cori, aggraziato da un'ottima resa dinamica: la canzone sfocia in un elaborato mid-tempo, con un chorus decadente ed originale a costituire il preludio per parti parlate dal sapore cinematografico. La traccia può considerarsi come una presentazione ricca e complessa, una perifrasi musicale, un "girarci intorno" che sembra non voler mai riconoscersi in qualcosa di più definibile e strutturato. Non nuovi ad episodi di durata importante (il primo demo conteneva un'intro di trentatré minuti), il cammino degli Heathendom prosegue sui semitoni di Alternate Sickness, forte di una ritmica progressivamente più elaborata ed incalzante, per quanto costretta in tempi lenti, scanditi e tipicamente heavy, di misura rigorosa e pesante. Il chorus è ridotto a mera parte della canzone, musicalità ed orecchiabilità non pervenute, ed è piuttosto l'assolo a provocare una piacevole scossa ed a far capire che gli ateniesi saprebbero come premere sull'acceleratore, se solo lo volessero. Negli oltre sei minuti di esecuzione il brano si dilata e si dilunga e diluisce nella successione dei momenti un'altrimenti buona serie di spunti. Raffinato intro classico per la title-track The Symbolist, vibrante e promettente, dalla durata più corta e l'accensione immediata: il riffing è più riconoscibile e brillante ed il cantato, pur concedendo qualcosa in termini di espressività, meglio si adatta all'andamento furoreggiante della traccia. Alternanza tra voci alte e basse, inserti zompettanti in levare, bridge sussurrato, echi e cori para-gregoriani... ed ecco che, quasi a fare della delusione una forma di rassicurante e rassegnata certezza, dopo cotanto avvio la canzone si sfilaccia, ad assecondare quell'altezzoso gusto per la complicazione che abbiamo noi europei, specialmente se dell'area mediterranea.

Gli Heathendom vogliono dimostrare di saper fare un po' tutto, ad eccezione di un ritornello azzeccato -che evidentemente ritengono svilente- e perdono di vista l'ecosistema canzone: gli assoli stessi, dal canto loro, non possono suonare funzionali ad una melodia che, in parole povere, non c'è. My Obedience parte anch'essa pimpante, con chitarre quasi thrash ed un cantato di fierezza olimpica, che nel giro di una manciata di battute ne riconduce gli ardori a binari più classicheggianti: il chorus va identificato con attenzione chirurgica e raccolto col cucchiaino, consistendo nella semplice ripetizione delle parole My ed Obedience: ulteriori vuoti compositivi sono sottolineati dalle durate eccessive, dalla mancanza di coesione tra le parti e da pseudo-ritornelli che si riaffacciano improvvisamente dopo sgangherati intermezzi strumentali, incapaci di creare un senso di attesa in grado di valorizzarli. Introdotta da organo e strumenti a fiato, sinistra e barocca quasi si trattasse di un film dell'orrore o di un episodio di Castlevania,Black Euphoria alimenta l'ennesimo lumicino di speranza: strofa dimezzata e cantilenante, uno stacco di stampo classico ed un chorus che nuovamente si esaurisce nella ripetizione di due sole parole smorzano gli ultimi entusiasmi. Senza fraseggio, senza dinamismo nelle metriche e senza cori di una qualche presa ci troviamo di fronte all'apologia della freccia spuntata, spiazzati dalla successione casuale di assoli thrash, stacchi groovy, ripartenze improbabili ed un cantato che cerca di proporre, scolasticamente, tutto il repertorio dell'aspirante frontman. Sanctified si affossa ben presto nella scolorita lentezza generale, The Concept Of Reason vede un'originale accoppiata di basso ed archi fagocitata da chitarre ritmicamente avulse, Die Insane si rivela un mid-tempo senza una linea melodica, che è una delle cose più terrificanti che ti possano capitare ascoltando metal. Sia chiaro che, per essere positivamente valutato, un brano non deve necessariamente suonare cantabile, o smaccatamente commerciale: è vero altresì che nessuna delle atmosfere suggerite da The Symbolist diventa così densa e suggestiva da risultare palpabile. Anche volendo riconoscere agli Heathendom una propensione per le sonorità doom/metal la perplessità non diminuisce, dal momento che non si elaborano mai in modo credibile quelle "sonorità molto cupe e lente nei motivi e nei riffs, che evocano atmosfere drammatiche e decadenti, le quali vengono specificate anche nei testi spesso molto vicini all'occulto, all'introspettivo e alla sofferenza". Grazie Wikipedia, non avrei saputo dirlo meglio.Prescience Of The End è un racconto sofferto e tirato, dinamico, anche se certi accostamenti tra accordi e cantato continuano a stridere. Per il resto ci troviamo di fronte al solito pachiderma, con la delusione di avvertire spunti validi nella vivacità del riffing o nell'utilizzo della doppia cassa, che i greci scelgono di non tradurre mai in eruzione vulcanica. Proprio nel momento in cui una capatina nei Campi Elisi della melodia starebbe a pennello, ecco che la locomotiva rallenta e parte il solito assolo, completo di inutili orpelli. Ci mancava solo il suono dell'orologio a pendolo, che viene puntualmente servito nella conclusiva -e lunga anche nel nome- An Angel A Demon And A Dying God: la doppia cassa ed una ritmica che si sforza di essere briosa sostengono un brano nel quale le varie componenti sembrano meglio amalgamate, ed i cali di tono non appaiono così evidenti. Nonostante il minutaggio eccessivo possa indurre a momenti di noia, le singole parti, ad eccezione di alcuni coretti oooohhhh -di maideniana memoria, solo meno riusciti- riescono a mantenersi su standard interessanti, contribuendo ad aumentare il rimpianto per quello che The Symbolist sarebbe potuto essere. 

L'immagine finale, quella che nel film Wild Wild West rimane impressa nella retina, è quella di un lento fluire, ma troppe e disordinate sembrano le pulsioni all'interno della band affinché si possa conseguire un risultato profondo e stilisticamente omogeneo. Il tutto suona troppo contaminato e variegato, pur ancorato alle comuni radici classiche, per risultare “deprimente” nella componente doom o trascinante in quella metal: il cantato, tecnicamente competente ma assai poco ispirato, non aggiunge nulla al singolo brano e solo alcune delle intro iniziali possono dirsi riuscite per il felice accostamento delle sonorità, o la colta citazione. La speranza è quella di trovare, negli album che verranno, uno direzione stilistica più netta, in grado di superare quella confusa ed inconcludente ripetitività della quale The Symbolist è platealmente intriso. 

Voto: 60

Recensione | VOODOO CIRCLE - BROKEN HEART SYNDROME (2011)



Originariamente pubblicato su Metallized.it

Secondo album della band capitanata dal talentuoso chitarrista tedesco Alexander Beyrodt(Pink Cream 69Silent ForceSinnerPrimal Fear): dopo l'onomimo debut del 2008, Broken Heart Syndrome ricerca un compromesso tra suoni classici e stili moderni, in un'ideale tensione tra Rainbow, Whitesnake e Deep Purple da un lato, ed un hard-rock/AOR di stampo più fresco ed europeo dall'altro. Il gruppo annovera una line-up di tutto rispetto, composta da David Readman (Pink Cream 69) alla voce, Jimmy Kresic alle tastiere, Mat Sinner (SinnerPrimal Fear) al basso e Markus Kullmann (Dezperadoz) alla batteria. 


Voodoo Circle scaldano i nostri timpani con un gustoso antipasto hard-rock: No Solution Blues, emulsionata da chitarre grasse ed intelligentemente tese a sostenerne gli slanci, trascina con una voce calda e competente, viene dritta al punto e, senza indugiare in orpelli inutili, regala un primo momento di facile ascolto che ben predispone. La successiva King Of Your Dreamssembra invece voler spezzare il ritmo, con un incedere gravoso ed un assolo di classe che ne sottolinea il carattere buio ed introspettivo: tappeti di tastiere e chorus anni ottanta caratterizzano una canzone basata sulle pause e sugli stacchi, ben congegnata, ma che avrebbe più facilmente trovato i suoi perché in una posizione più avanzata all'interno della tracklist. Stessa perplessità si affaccia sulla scelta di proporre come terzo brano l'infinita Devil's Daughter: fumosa, sincopata, notturna e claustrofobica, la canzone è un lento che cerca di ospitare, nel corso dei suoi quasi sette minuti, una serie di spunti diversi. Il basso di Mat Sinner suggerisce e tratteggia, le tastiere del funambolico Kresic resistono a fatica a sirene progressive, il ritornello non agguanta quella coralità necessaria a consegnarlo a futura memoria, e tra forzati allungamenti da jam session e parti liricheggianti alla Della Brown dei Queensryche, il risultato ricorda quei dolcetti americani coloratissimi e zuccherosi, ma fondamentalmente insapori. Si torna su binari tradizionali con l'hard-rock di This Could Be Paradise, viva nel suo drumming squillante, dinamico e piacevolmente arioso: ogni elemento svolge il suo compitino senza sbavature e tutto suona ortodosso appropriato e corretto, anche se un po' anonimo. Chorus anni ottanta e Stratocaster rinforzate agguantano una dignitosa sufficienza, e restituiscono la speranza di sentire i Voodoo Circle cimentarsi con altro buon rock all'interno di questo album. Volontà confermata dal riff killer di Broken Heart Syndrome: un incipit così promettente ed il fatto che parliamo della title-track, alimentano però aspettative esagerate. L'attitudine c'è, ma ancora una volta nel momento più importante la canzone sembra perdere i propri pezzi per strada, e sgonfiarsi d'improvviso come un palloncino nelle mani di un bimbo grasso ed allibito. Il ritornello è monocorde e finisce per affidarsi a degli irritanti "uo-oh" per tappare le falle, l'assolo suona artificioso e di lunghezza superiore al necessario, ed il tutto finisce per apparire ancora una volta slegato, sfuocato ed ibrido oltre ogni pretesa di contaminazione. Crisi di identità? 

Dopo occasioni mancate, lunghezze eccessive ed aspettative tradite (e bimbi grassocci col palloncino in mano), si finisce col chiedersi come suonino veramente i Voodoo Circle, quali siano le intenzioni e su cosa vogliano essere giudicati dal recensore di turno. Le incombenti nuvole, per fortuna, cominciano a diradarsi a partire da When Destiny Calls, che rappresenta un ideale spartiacque dal sapore biblico all'interno di Broken Heart Syndrome, nel quale i pezzi del puzzle cominciano a trovare i giusti incastri. Riff potente e gutturale, aperture di suoni e di accordi, interessanti spunti in controtempo ed ecco finalmente realizzarsi quell'uniformità, quella comunanza di intenti che libera energia pulita, che coinvolge l'ascoltatore e che lo spinge a partecipare all'esecuzione, a condividere il momento ed al voler ascoltare, sì, ancora una volta. Troviamo finalmente lo spunto felice, la giusta carica, la melodia offerta con semplicità e priva di virtuosismi inutili: la canzone ricorda i nostrani Dark Horizon del fortunato Angel Secret Masquerade per la capacità di trovare un giusto equilibrio tra musicalità e voglia di dimostrare. Felici per una prova convincente, ci buttiamo all'ascolto della successiva Blind Man: colpevole di spezzare ritmo ed entusiasmi, la canzone si presenta come un ideale punto d'incontro tra Hey Joe di Jimi Hendrix e Mama Said dei Metallica, una southern ballad in salsa AOR dai suoni vintage ottimamente prodotti. Buon esercizio per la band –ma la canzone latita-, che spiana la strada per il successivo swing di Heal My Pain: pomposo e trionfante, questo rock da Pretty Woman non propone una melodia memorabile, ma tastiere imprendibili ed una bella varietà ritmica che la rendono un ascolto tutto sommato piacevole. Ulteriore sorpresa la riservano The Heavens Are Burning e Wings Of Fury, due momenti di veloce heavy-metal con i quali i nostri sembrano volersi confrontare per vedere, come dire, l'effetto che fa. In entrambi i casi, diciamolo subito, si avverte un senso di forzatura: ci sono un buon controllo, un promettente crescendo ed assoli di chitarre e tastiere che svolgono egregiamente il proprio lavoro, ma è nel momento del chorus che entrambi i tentativi mancano clamorosamente il bersaglio. Il gruppo arriva spompato e privo di idee al momento cruciale, che viene risolto con un minimo sindacale di melodia e pure con un pizzico di imbarazzo. Occasioni sprecate, quindi, o forse la prova provata che non è questo il terreno dal quale la band riuscirà a far germogliare il lato migliore. Per fortuna che la luce torna con Don't Take My Heart, non a caso simile nella struttura e nelle atmosfere e nella formula alla cugina When Destiny Calls: siamo di nuovo in territorio hard-rock pastoso, grintoso e diretto, in una parola onesto. La canzone è compatta, con piccoli spunti di classe ma senza strafare, senza cali evidenti: scontata quanto si vuole ma nel complesso gradevole. Un bell'assolo nel quale chitarre e tastiere lunari si rincorrono e si combinano alla perfezione: questa è la strada da percorrere; da evitare invece, qualora ci fosse bisogno di conferme, episodi come la successiva I'm In Heaven, anonima nel ritornello e barocca nei coretti, che sembra rifugiarsi nelle spire dell'assolo perché incapace di dire altro.

Broken Heart Syndrome è un album interessante, più per il proseguo della band che per l'appagamento dell'ascoltatore: nonostante in ogni momento traspaiano grande professionalità, cura per il dettaglio e padronanza tecnica, la qualità dei brani è altalenante, per una sorta di indecisione compiaciuta sulla strada da intraprendere. Giusto dare spazio alle influenze ("boundless music possibilities", come recita la cartella stampa), accogliere, trasformare e plasmare, ma ciò che conta è riuscire a restituire ai posteri un prodotto originale e dotato di personalità. Nessun dubbio sul fatto che ponendosi con trasparenza, più coerenti nelle scelte stilistiche e senza voler necessariamente tenere i piedi in più staffe, i Voodoo Circle abbiano tutte le potenzialità per fare bene. Il fatto che un terzo della canzoni proposte in questo album sia di ottimo livello (dalla opener No Solution Blues al tiro di When Destiny Calls) costituisce una valida premessa ed una promessa da mantenere.


Voto: 71

Recensione | VICIOUS RUMORS - RAZORBACK KILLERS (2011)



Originariamente pubblicato su Metallized.it

Annunciati da una copertina che rappresenta una specie di pianeta a forma di stella ninja infuocata, prossima ad impattare la Terra come nella più rassicurante delle previsioni Maya, i Vicious Rumors del chitarrista e songwriter americano Geoff Thorpe, coronano con questoRazorback Killers una carriera che li vede sulle scene, con gli immancabili aggiustamenti di formazione, sin dal lontano 1979. Avevo sei anni, io. Dopo aver condiviso il palco con Metallica, Exodus, Motley Crue e Megadeth, la band costituisce un esempio, piuttosto ricorrente di questi tempi, di metal-act anagraficamente datato che, senza aver raggiunto il successo commerciale dei nomi appena citati, intende ribadire il proprio stato di salute e la capacità di rimanere musicalmente al passo con i tempi. Quattordicesimo disco in studio di questi alfieri del “US Metal”, Razorback Killers (specie di cinghiale introdotta in America nel sedicesimo secolo, a proposito) è un esempio interessante di diario artistico e professionale, summa di gusti ed influenze stratificate e reciprocamente intrise, di citazioni rispettose e sfrontati rimandi, forte di una produzione professionale e moderna che rappresenta l'ideale rete paracadute per queste dieci tracce di -onesto- equilibrismo musicale.


L’infuocata opener Murderball ricorda i Judas Priest di Painkiller, con meno tecnica: il bridge è alla moda e quasi growl, il ritornello lambisce coordinate melodiche tra Iron Maiden e metal di stampo più moderno (finiture di doppia cassa e voci effettate strizzano l'occhio con malizia), allaBloodbound per capirci; a sorpresa, il mix risulta ben riuscito e per nulla forzato, la musica scorre fluida e convincente (il gusto per la contaminazione è sublimato dall’assolo della guestEric Peterson dei Testament), e accresce la curiosità per quanto ci riserveranno i brani a seguire. Black parte lenta ed ottantiana, con certe atmosfere più da vinile che non da CD: monumentale nelle premesse, per un incidere pachidermico nella struttura ed allo stesso tempo esile nelle sfumature, si presenta come un racconto epico, per il quale potremmo scomodare iManowar. Nonostante la canzone tenda ad adagiarsi su un bridge poco musicale, quasi scolastico ed autoreferenziale, sono evidenti le influenze musicali della band, il rispetto che li fa trattenere dalla pura emulazione e lo sforzo per rielaborare un mix di sufficiente attualità. E' chiaro che i Vicious Rumors propongono un metal moderno dalle influenze classiche, una specie di heavy per le nuove generazioni, contemporaneo nei suoni ma colto ed ostinatamente radicato nelle citazioni, nei riferimenti e nel gusto. C’è voglia di profondità, e quasi un senso di sfida nei confronti dell’ascoltatore, incoraggiato a non farsi sedurre dalle sirene del ritornello immediato, nè della struttura più commercialmente diretta. Razorback Blade prelude ad un'alternanza di velocità tra le canzoni con un approccio tiratissimo, di concentrazione propriamente metal, quadrata come una Unforgiving Blade degli Hammerfall, ma a velocità doppia. Apprezzabili l’intrecciarsi delle chitarre di Thorpe e Morgan, e la metrica rafforzata nei punti giusti dalla potenza viscerale della doppia voce. Coinvolgente senza essere musicale, il brano è una bella ed ingenua espressione di potenza musicale, stringata come un biglietto da visita e corta come deve essere un Vulgar Display of Power di questo tipo. Blood Stained Sunday dipinge sulle note iniziali un cielo grigio e minaccioso, sotto il quale prende forma un altro episodio a cavallo tra trash e metal-for-the-masses, con un rimbalzare tra le epoche che finisce col confondere. Continuamente a cavallo tra le epoche, in una specie di Ritorno Al Futurodel metal, i Vicious Rumors rischiano di perdersi in una sorta di limbo, nel quale gli appetiti per il retrometal e l'heavy del ventunesimo secolo vengono timidamente solleticati, piuttosto che soddisfatti. Il gioco dei rimandi, eseguito con indubbia perizia, si rivela fresco ed originale ma solo durante i primi ascolti, costituendo un elemento apprezzabile fino a quando non si avverte la volontà di legare tra loro le varie costruzioni, alla ricerca di un filo logico.

Pearl Of Wisdom permette alla sua struttura dilatata di ospitare echi e melodie malinconiche, prova provata di un gusto e di una sensibilità che la band potrebbe esprimere con maggior convinzione. Un bel chorus, che immagino esaltato da un'esecuzione acustica, viene continuamente punzecchiato da chitarre incalzanti e piacevolmente indisciplinate, che proprio non ne vogliono sapere di lasciare il campo alla ballad: e così, scongiurato il rischio della canzone sdolcinata di metà tracklist, la canzone riesce a mantenersi intrigante, geometrica e giovanilmente sexy. Nel finale c’è anche il tempo per un’inaspettata deriva strumentale a velocità sostenuta, per mantenere quel tanto di ripetibile imprevedibilità e dinamismo che contraddistingue l’intera proposta musicale di questi ViciousAll I Want Is You è la classica metal-love-song, potente e melodica al tempo stesso, foriera nel giro di pochi secondi di istinti oscuri nel bridge e frasi amorevoli ai limiti della banalità (together we are free, there’s no limit, you’re the one) nel faticoso dipanarsi del chorus. Axe To Grind è di nuovo fast-and-furious, diretta e sbrigativa, quasi grezza, di una ruvidezza che mi ricorda l’approccio sfrontato di certe band scandinave dei primi anni novanta, vedi la seminale No Command degli immortali StoneLet The Garden Burn è perfetta per il contesto live, o per la guida nel traffico cittadino, anthemica ed aggregante, con le mani al cielo (o fuori dal finestrino) ad incontrarsi al ritmo di “Headbangers Everywhere”: mid-tempo sconclusionato ma divertente (chi ha detto Manowar?), è una canzone che al di là del merito artistico sa creare un momento, un’atmosfera, un accenno di calore senza particolari artifici, colto nella sua ruspante e chiodata attitudine. Deal With The Devil, evocativa come le luci dell’alba nelle note iniziali, è sotto sotto un mid-tempo sempre più annacquato e meno comunicativo nello svolgimento eccessivo. Rite Of Devastation è infine la riconferma delle tante anime che convivono in questo Bignami del metal, a cavallo tra trash, Maiden-classic e derive più tecnologiche.

Come tutte le operazioni di taglia ed incolla e, per di più, con l’aggravante di essere un esperimento a suo modo ben riuscito, considerare Razorback Killers una proposta spontanea e genuina è un atto di fede, la libera scelta dell'ascoltatore di allontanare il sospetto che il CD sia stato costruito a tavolino, per accontentare i vecchi fan e convincerne dei nuovi. Le diverse influenze continuamente smussate in modo da garantirne la pacifica coesistenza, non danno origine al pezzo di facile presa, al singolo, alla canzone che ti conquista da subito. Colto nel gioco dei rimandi, prevedibile nel continuo ed alternato cambio di tempo, perennemente in bilico, l’album ha comunque il merito di farsi ascoltare volentieri lungo tutto il corso della sua durata. Dardo finemente cesellato, ma spuntato, costituisce la buona prova di una band serenamente alle prese col processo fisiologico ed incolpevole dell'invecchiamento: rimane però il dubbio che un percorso musicale più mirato, meno aperto alle contaminazioni, avrebbe attirato meno fan, finendo però con l'accontentarli di più.


Voto: 73

Recensione | FAITHSEDGE - FAITHSEDGE (2011)



Originariamente pubblicato su Metallized.it

Non bisognerebbe scriverlo subito, no, ma per quel gusto del proibito che ci tiriamo appresso sin dalla tenera età, diciamo subito che quello dei Faithsedge è un hard-rock con i controfiocchi: a metà strada tra la Finlandia dei 69 Eyes e le lunghe autostrade americane, questi "italo & americani" riescono nell'impresa, dagli esiti per nulla scontati, di impastare con maschia dovizia chitarre metal, basso talentuoso, voce pulita ma energica e quell’attitudine algido/chirurgica che talvolta contraddistingue i progetti musicali di qualità. I Nostri si formano all’inizio del 2009 nella surfistica Huntington Beach per volere del cantante/chitarrista/songwriter Giancarlo Floridia e possono dirsi una specie di all-star-band, annoverando tra le proprie fila il produttore/bassista Fabrizio Grossi (Steve Vai, Steve Lukather, Alice Cooper), l’ex chitarrista dei Dokken Alex De Rosso ed il batterista Tony Morra (Rebecca St James, Van Zant). Quasi fossero un ideale seguito del progetto Starbreaker, intrapreso dallo stesso Grossi nel 2005, la band ne riprende le sonorità proponendo un northern rock quadrato e matematico, intriso di punteggiatura, a dispetto delle assolate e scanzonate origini californiane: il risultato è una produzione metallica che privilegia suoni cristallini e collocati nello spazio con precisione, e che recupera in compattezza granitica quello che necessariamente perde in spontaneità. 


Forti di una sezione ritmica in grande spolvero, in continuo movimento tra compiaciute escursioni di basso ed imprevedibili fill-in di batteria chiamati a reggere essi soli la scena per qualche secondo, i quattro propongono un ritorno alle sonorità dell’hard-rock più roccioso, solo aggraziato da quella moderna combinazione di potenza, freschezza ed agilità che con sentimento patriottico vorremmo poter definire “italiana”, in grado di scongiurare la sensazione di deja-vu. Incentrate su cori melodici ma mai mielosi né eccessivamente musicali, le canzoni riescono a sorprenderti con guizzi geniali e gitarelle in territorio metal proprio quando ti aspetteresti la caduta di tono, o il fiacco accasarsi nel calduccio della soluzione più banale. Tra sonorità Gibson, sprazzi di tecnica alla Firewind e neon di mille colori come gli Scorpions più glitterati, i Faithsedge possono permettersi di risultare credibili anche quando fingono quell'irruenza indisciplinata che dona al mix di suoni (masterizzati da Tom Baker, già al lavoro con Judas Priest e Motley Crue) una sua personalità, ed una qualche originalità perfino. Consigliati se avete apprezzato il fortunato esordio dei sopracitati Starbreaker (assai meno brillante, invece, il successivo Love’s Dying Wish datato 2008) e se siete alla ricerca di una sorta di metal-rock entry-level non certo immortale ma capace -in tellurici tempi di tutto&subito- di affascinare e coinvolgere con la sua consistenza croccante fuori e morbida dentro (specialmente nel rammollito finale), i Faithsedge sanno mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore anche negli episodi più lenti (Let It End This Way, Hold On) grazie ad una sovra-presenza che li tiene sempre al centro della scena, ed allo spunto melodico/ritmico sopra le righe, capace di solleticare il nostro senso di appagamento senza mai soddisfarlo completamente. Spesso prossima alla melodia perfetta, a volte distaccata ed in qualche rara occasione scolastica, la band trova nell'affiatamento il proprio messaggio, e con esso il desiderio genuino di fare bene, proprio di ogni disco d'esordio: la voglia di proporre prevale su quella di realizzarsi, magari emulando, al punto che questo approccio melodico particolarmente pieno, quasi tridimensionale, ricco negli arrangiamenti senza mai suonare orchestrato nè barocco, ricercato e potente nei suoni senza spacciarsi per inutilmente aggressivo, costituisce qualcosa di prossimo -con cautela- alla definizione di “nuovo”. Le influenze spaziano dal metal classico al moderno (anime che ben convivono in World Keeps Falling Down, ad esempio), passando per chitarre di fine ‘80 e melodie moderne, ma di quell’assimilazione meno immediata che il mercato richiede al metallaro del XXI secolo, più moderno ed open-minded. 

Faithsedge scelgono felicemente di rimanere a metà di molti guadi, tra i Love/Hate di Jizzy Pearl ed il futuro cromato che Zodiac Mindwarp raccontava nello splendido Tattooed Beat Messiah nel 1988, ma -da musicisti navigati- lo fanno con inattaccabile consapevolezza, classe e con le idee spaventosamente chiare. Nell’arco degli oltre quattro minuti lungo i quali si svolgono la maggior parte dei brani, si apprezza la capacità di passare agilmente da un’atmosfera all’altra, dalla decadenza blueseggiante di Faith-Anne all’interessante prog-for-dummies di Somewhere In Your Heart, che ci regala una band sempre padrona dell'ideale palco, complice e divertita, capace di trasmettere sudore educato ed il gusto per una ciambella venuta, lo avrete capito, con un bel bucone nel mezzo. Unico appunto, Fabrizio e compagni arrivano un po’ spompati alle battute finali: le ultime tre/quattro canzoni sono gradevoli come i titoli di coda al termine di un bel film, gustato nella magnificenza del vuaccaesse, e costituiscono un ideale tappeto musicale per tirare le somme, (purtroppo) senza distrazioni, su quanto appena ascoltato. E sotto la pioggia di When It Rains viene voglia di riascoltarlo, questo buon album di debutto, distribuito in tutto il mondo dall'italianissima Scarlet Records.


Voto: 82