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sabato 31 agosto 2013

Recensione TURISAS - TURISAS2013


Avevo già sentito parlare dei Turisas, finlandesi di Hämeenlinna (città che ha dato i natali al compositore Jean Sibelius), senza che però mi fossi guadagnato l’opportunità di ascoltare qualcosa della loro produzione discografica. Di quelle candide ammissioni che puoi fare se scrivi su un umile MicroBlog come questo, insomma, perchè le proposte sono tante ed il tempo che si vorrebbe dedicare a colmare le proprie lacune musicali, e scriverne per raccontare & condividere l'effetto che fa, non è mai abbastanza. Fondati nel 1997 da Mathias Nygård e Jussi Wickström, rispettivamente voce e chitarra nella formazione attuale, i Turisas prendono il nome dall'antico dio finnico della guerra, tale Iku-Turso. Come la maggior parte degli altri esseri mitici finlandesi, Iku-Turso resta poco conosciuto, aggiunge con un filo di malinconia Wikipedia. Il genere proposto si configura come un particolare folk-metal - rinominato da parte della stampa battle metal, dal titolo dell’album d’esordio del 2004 - con elementi power e sinfonici, prog punk e persino death, al quale si aggiungono assoli di violino elettrico che ne caratterizzano ulteriormente il suono. Anno dopo anno, la fortuna della band viene consolidata non solo da una buona riuscita commerciale, ma anche da un’incessante attività live, che ha saputo tradurre sul palco la ricchezza espressiva di questo stile sfaccettato: Europa, Stati Uniti, Russia ed America Latina hanno salutato concerti che la band stessa definisce energici, innovativi ed eccitanti, mantenendo un legame fisico con i fan che Turisas2013 intende oggi ulteriormente rinsaldare. Quarto episodio della saga scandinava (giacchè apprendo or ora che nei paesi di lingua inglese la Scandinavia comprende Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Danimarca e persino Groenlandia, mentre da un punto di vista strettamente geografico il termine descriverebbe solamente la regione culturale comprendente Norvegia, Svezia e Danimarca), il cuore di Turisas2013 è stato registrato all’interno di una casa sperduta nei dintorni di Helsinki, mentre batteria ed elementi orchestrali sono stati prodotti in due differenti studi della capitale finlandese. Le prime note di For Your Own Goods fondono i richiami neoclassici di un’algida partitura per voce e pianoforte con un chorus prettamente rock, che detta il tempo per lo sviluppo ulteriore del brano. Archi in sottofondo, incursioni acute di pianoforte, chitarre ritmiche a supporto e voce generalmente pulita (se si esclude la tentazione growl dei secondi finali) sono ingranaggi di uno sviluppo organico, di una melodia colta ed accessibile da raffinato musical-rock (We Ride Together), nel quale gli elementi folk di Run Bhang-Eater, Run! sembrano passare decisamente in secondo piano, se non addirittura farsi vittime fuori contesto nel momento in cui si abbruttiscono - ingenuamente, aggiungerei - con gli umori di fanciulle ansimanti, dal contributo decisamente cheap. Cura ed impatto avvicinano i momenti adulti di Turisas2013 ad un rock di magnifica portata teatrale, con i cori di Ten More Miles a staccare potenti su una base di incorruttibile doppia cassa. A differenza di certo soundtrack-metal, di ottima fattura anche italiana, i Turisas offrono un quadro più variegato e ritmicamente complesso, un'espressione tridimensionale capace di volare pindaricamente tra immagini ora intimissime (lo sciabordio delle onde e poi le delicate note di oboe di Piece By Piece, ad esempio) ora di imponenza solenne e ricercata. 


Per varietà di soluzioni e cura degli arrangiamenti Turisas2013 è un prodotto solido e credibile, dall’ossatura pesante e contadina, che ne allontana la vivacità creativa dal sospetto della soluzione ad effetto: il disco riesce infatti a rimanere down-to-earth, di consistenza palpabile, anche nel momento di cui subentrano gli elementi orchestrali/sinfonici: bastano un ruvido screaming ed un’accelerazione improvvisa (Into The Free), o piuttosto il dark-gothic intestino di Greek Fire (impreziosito da uno straniante coro che parrebbe uscito dalla penna di John Lennon) e lo spensierato pirate-metal di No Good Story Ever Starts With Drinking Tea, per evitare che il progetto assuma una levigatezza eccessiva, un atteggiamento compiaciuto e perfettino, con il pericolo di disperderne l’impatto. Complice un suono preciso ma non artefatto, l’album mantiene un ritmo consistente e continuamente contaminato, una confusione organica e meccanica da steampunk-swing che ne grazia l’incedere e ne riverisce le aperture sinfoniche, come alla disperata - ed alcuni sosterranno inconcludente - ricerca della propria vera natura. Reduce da un ascolto che sa affascinare, stancare e confondere allo stesso tempo, l'unica certezza in capo all’ascoltatore è che la definizione di folk-metal cominci a diventare decisamente stretta alla band di Nygård e Wickström, per non parlare di una sbrigativa costrizione battle-metal che non sembra più in grado di definire la profondità di immagine ambiziosamente ricercata da una parte almeno della scaletta. A tratti stilisticamente indecifrabili come solo certe grandi band sanno esserlo, a tratti nostalgici nei confronti di un death melodico che pare ancora sotto-sotto tentarli (The Days Passed), i Turisas scelgono di fare la propria corsa, testardi ed orgogliosi come tutti i popoli isolani, desiderosi di dimostrare la fallacia dei termini con i quali se ne vorrebbe incastrare la musica. Le nove canzoni, che verranno distribuite in tutto il mondo, descrivono un’instancabile voglia di avventura e tutto il fastidio nei confronti delle definizioni, piuttosto che rappresentare un approdo definitivo, la coraggiosa progressione di un cammino artistico (alla Katatonia) o una matura e definitiva consapevolezza circa la natura delle proprie aspirazioni: più convincente proprio nel momento in cui sceglie di crescere abbandonando gli elementi folkloristici a favore di uno stile più vocale e melodico, il disco si limita altrove ad offrire energie incanalate e metal diversamente declinato, assumendo le forme di un indeciso Giano bifronte ora di rilevante interesse prospettico, ora di difficile ed insipida lettura.

[6]

Folk/Power Metal, 2013

Century Media Records

Tracklist:
  1. For Your Own Goods
  2. Ten More Miles
  3. Piece By Piece
  4. Into The Free
  5. Run Bhang-Eater, Run!
  6. Greek Fire
  7. The Days Passed
  8. No Good Story Ever Starts With Drinking Tea
  9. We Ride Together
Line-up:

Mathias "Warlord" Nygård (Voce)
Jussi Wickström (Chitarra)
Olli Vänskä (Violino)
Robert Engstrand (Tastiere)
Jesper Anastasiadis (Basso)
Jaakko Jakku (Batteria)

domenica 25 agosto 2013

Recensione DIABULA RASA - ARS MEDIOHEAVY


Vengono dalla mia Romagna, i Diabula Rasa, ed è bastato un solo ascolto al loro nuovo album Ars Medioheavy (titolo azzeccato e programmatico) per invogliarmi a scrivere questa recensione. Attivi da tredici anni, da sette nella formazione attuale, la band si presenta sulla pagina ufficiale Facebook come un collettivo dedito alla ricerca ed alla sperimentazione sulla musica medioevale, quasi a voler sottolineare come vi sia una sorta di missione culturale alla base del percorso intrapreso dal leader Luca “Diabula” Veroli e dai suoi compagni di viaggio. Lo stesso Veroli, vero liutaio, costruisce personalmente la strumentazione utilizzata in studio come durante i suggestivi concerti, ingegnandosi per “elettrificare” gli antichi strumenti medievali e trasformando ad arte il look di costumi, chitarre, percussioni e “qualsiasi cosa gli capiti a tiro”, compreso un organo scenografico dotato di suoni campionati che lo fanno cantare con voce antica. Diabula Rasa è un’idea che nasce da Luca e Daniela Taglioni, entrambi stimati cultori di storia e cultura medievale, nonchè esperti di musica antica accomunati dalla volontà di unire le sonorità del 1200-1300 con la grammatica del moderno metal che conosciamo: studiando e reinterpretando con passione le fonti antiche la loro band intende ampliare il pubblico interessato a questo particolare stile, che in Italia sta conoscendo un discreto successo grazie ai lavori di Folkstone, Elvenking e Kalevala, solo per citarne alcuni. Ars Medioheavy, uscito a fine 2012 sotto l’etichetta parmigiana Moonlight Records, rappresenta la terza tappa discografica per i lughesi, seguito dello strumentale Techo Gothica del 2005, che non presentava elementi metal, e di Diabula Rasa del 2010, che introduceva per la prima volta l’elemento cantato e quello metallaro, rielaborando con l’occasione il materiale presentato cinque anni prima. Studio, ricerca e sperimentazione vengono quindi messi al servizio di una precisa e filologica opera di ricostruzione, che si propone di infondere un respiro contemporaneo ad una musica pensata per essere eseguita da strumenti totalmente differenti in un periodo che si può far risalire al 1100 circa: si trattava di una produzione pensata inizialmente su testi latini e successivamente in lingua volgare, di frequente provenienza ecclesiastica, proprio perché la formazione culturale avveniva esclusivamente in ambito monastico/ecclesiastico fino alla produzione dell’Ars Antiqua (o Ars Vetus). Per una descrizione storica più esaustiva ed una precisa contestualizzazione di questo ascolto vi rimando allora senza indugi all’articolo su Wikipedia. L’atmosferica opener Ghirondo riesce a costruire un brano ritmato e coinvolgente attorno ad una manciata di note di basso, prima alternando e poi fondendo un impalpabile coro femminile con chitarre potenti (che assalgono da entrambi i lati senza soluzione di continuità) e note di cornamusa, a rincorrersi frenetiche: nel riuscito crescendo trovano posto tappeti di tastiere e stacchi di batteria, disciplinati secondo un’ordinata alternanza che davvero identifica nello studio e nell’aderenza al modello originale la vera differenza dei Diabula Rasa. 


Canzone dopo canzone, tra testi latini, altri della tradizione bulgara, altri ancora in francese antico ed alto tedesco, si rimane conquistati dal fatto che la componente storica/folk ha un evidente sopravvento sull'elemento metal, al quale - come correttamente scritto nella biografia della band - viene riconosciuto il solo ruolo di medium per diffondere l'interesse verso questo tipo di musica. Grazie alla perfetta integrazione degli elementi e ad una produzione fantastica, finalmente di livello internazionale, Ars Medioheavy straripa di vita ed energia, regalando un viaggio nel tempo che sappiamo non solo esegeticamente corretto, ma anche coinvolgente e sempre ritmato. Le voci di Daniela e Samantha interpretano ogni passaggio con spirito e passione, i loro apporti sempre in primo piano, definendo gran parte della musica dei Diabula Rasa: alieno da contaminazioni death e controcanti growl, ed allo stesso tempo avaro di contrappesi di maschile gravità (Congaudentes), il disco propende per un approccio ritmicamente solido (ottimo per interpretazione e sensibilità Moreno Boscherini alla batteria) ma di vocale e folletta levità. Se infatti non mancano passaggi più pieni e sinfonici (Cataclism), sui quali il sestetto romagnolo giustamente indugia per dare spazio alle diverse voci in suo possesso, il cantato sottile riporta puntualmente ad atmosfere festose e sfrenate, paesane piuttosto che epiche, nelle quali la ripetizione di una stessa frase (ho scritto di mesoloop, macroloop e microloop qui) crea un vortice ossessivo ed ancestrale, di potenza mistica e fervore dilagante. La riproposizione convinta di questi elementi nell'arco dei tre quarti d'ora di esecuzione contraddistingue un progetto mirato e ponderato, alla larga della - pur divertente - accozzaglia folk-metal cresciuta a forza di vodka-thrash, face painting alla Braveheart & gonnellini d'ordinanza. Il rigido schematismo corale di Madre De Deus, la teatralità hard-rock di Maledicantur e gli eleganti intrecci di Astarte sembrano voler indicare un anelito più ambizioso ed un’aspirazione più alta, che possa interessare l’ascoltatore ancor prima che divertirlo, intransigente nella generale inaccessibilità delle sue liriche, fresco nei suoni in levare, esaltante nell’eccellente resa dei suoni elettrici/elettrificati (le chitarre metal paiono prendere un deciso sopravvento nella sola, e trascurabile, In Taberna) e complicato quanto basta negli arrangiamenti per stimolare successivi ascolti. Ars Medioheavy sceglie coraggiosamente la via più difficile, proponendo con meritato successo un approccio crudo al folk-metal che ci fa davvero sentire il profumo della real thing: nel disco non vi è nulla di ammiccante nè commerciale, ritornelli ed assoli ed altro modername cedono a capo chino il passo a cerchie più antiche e sanguigne, ma non per questo meno intrise di un coinvolgimento fisico, irrefrenabile, proibito e primordiale (come il balletto seminudo nella villa di Jackie Treehorn, Il Grande Lebowski, 1998). Così facendo i Diabula Rasa riescono nell'intento di farci percepire, con l'aiutino di una contaminazione metal ed a tratti progressive, tutta la potenza espressiva e la carica d'energia di un'arte affascinante, oscura, senza tempo.

[7]

Folk Metal, 2012

Moonlight Records

Tracklist:
  1. Ghirondo
  2. Tsanich
  3. Cataclism
  4. Congaudentes
  5. Madre Deus
  6. Astarte
  7. In Taberna
  8. Vermell
  9. Maledicantur
  10. Ahi Amours
Line-up:

Luca Veroli (Cornamuse, ghironda, voce, composizione brani e liuteria)
Daniela Taglioni (Canto, organo, cembalo, tastiere, composizione ed elaborazione brani)
Samantha Bevoni (Basso, voce e cori)
Stefano Clo (Chitarre, liuti)
Sonia Nardelli (Chitarre)
Moreno Boscherini (Batteria)