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domenica 6 dicembre 2020

Recensione ARRAYAN PATH - THE MARBLE GATES TO APEIRON

Arrayan Path
Recensione: The Marble Gates To Apeiron


Con “The Marble Gates To Apeiron” gli Arrayan Path mettono l’ottavo suggello ad una carriera che, benchè forse priva di riconoscimenti eclatanti da parte della critica e dei social, li ha visti calcare le scene da oltre venti lunghi anni (il demo “Return To Troy” è del 1999). 

E così dalle spiagge cipriote arriva un “lyrical epic-power”, cantatissimo come l’azzeccata definizione scelta dalla stessa band lascerebbe presagire. Nonostante una certa opulenza ritmica, infatti, TMGTA è un album che fa leva soprattutto sulle sue parti cantate, ora affidate alla prova ordinata e pulita di Nicholas Leptos, ora ai rinforzi corali che lo aiutano a sottolineare i passaggi più travolgenti (come il singolo “A Silent Masquerade”). 

Al di là delle aspettative che potrebbero essere generate dalle mire epiche del quartetto, il disco si fa apprezzare soprattutto per il suo incedere ordinato, complice il mixing di Simone Mularoni presso il Domination Studio di San Marino. 

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Ascoltato con
Casse Cerwin-Vega VE 5M
Amplificatore PS Audio Sprout
DAC 24-bit/192kHz Wolfson WM8524
Cavi di segnale Sonero PureLink
Filtro Audioquest Jitterbug
Software Foobar2000 ver. 1.3.16 (WIN10 Pro / 64bit)

mercoledì 1 aprile 2020

Recensione THE UNITY - PRIDE


The Unity
Recensione: Pride




Progetto del chitarrista tedesco Henjo Richter, i The Unity portano in dote due album pubblicati nel 2017 e nel 2018, tour con Axel Rudi Pell, Edguy e Sinner, un bravo cantante italiano ed una folta rappresentativa dei Gamma Ray: fatti nudi & crudi che raccontano di una band attiva, costante e dalle prospettive certamente interessanti. 

Le piogge ed i tuoni della intro The New Pandora, una specie di Silent Lucidity (Empire, Queensrÿche, 1990) al contrario, ai quali segue l’efficacia affilata di Hands Of Time, sono un’anteprima appetitosa e veritiera di quello che succederà nell’arco delle successive dieci tracce: un hard rock melodico e pimpante, power soprattutto nelle ritmiche (Wave Of Fear), che la voce del nostro Gianbattista Manenti interpreta con il graffio tipico di un ‎Tony Harnell‎, o di un Eric Saint Michaels se volete approfittare del lockdown per riscoprire una perla dimenticata. 

Di Pride colpiscono ed ammaliano tanto il vigore quanto la luminosità, il gusto dolce della misura e l’abilità nel suonare leggeri – pur con suoni pesanti – che è tipica dei supergruppi più acclamati.

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Ascoltato con
Cuffie Superlux HD-668B
DAC LH Labs Geek Pulse (ESS9018K2M Core)
Alimentatore LH Labs Linear Power Supply
Filtro Audioquest Jitterbug
Software Foobar2000 ver. 1.3.16 (WIN10 Pro / 64bit)

domenica 24 novembre 2013

Metal Video-Playlist di Novembre


01 | Lion Twin - Day of Anger


02 | China - That's A Lot Of Love


03 | Kernunna - Kernunna


04 | Agathodaimon - Heliopolis


05 | Trouble Tribe - Here Comes Trouble


06 | Silent Force - Walk The Earth


07 | Orden Ogan - Easton Hope


08 | Type O Negative - My Girlfriend's Girlfriend


09 | Winger - Deal With The Devil


10 | Saraya - Love Has Taken Its Toll

domenica 13 ottobre 2013

Recensione SPACE ODYSSEY - TEARS OF THE SUN


Bambino prodigio nato a Ystad, paesino svedese con poco più di diciottomila anime, il piccolo Richard Andersson aveva da poco spento le sette candeline quando - imparando dal padre organista - cominciò a suonare musica classica. Il primo progetto musicale di Andersson ha il nome di Majestic ed è datato 1998: alla realizzazione dei primi album in studio avrebbero fatto seguito tour in Giappone, collaborazioni con band francesi (Adagio) ed altri progetti ancora, tra i quali Time Requiem e Space Odyssey. Quest’ultimo, in particolare, fu pensato insieme all’amico e virtuoso chitarrista Magnus Nilsson (da non confondersi con il connazionale Karlsson recentemente autore dell’ottimo Freefall): ai due, che si conoscevano dai tempi dell’infanzia (fu proprio Magnus ad introdurre Richard alle sonorità rock/metal), bastò un pranzo per decidere di suonare qualcosa insieme, complice la stima di Richard che non ha mai mancato di descrivere l’amico come uno dei migliori chitarristi con i quali abbia mai suonato, riconoscendogli un eccellente senso per la musica "spesso manifestato attraverso l’utilizzo del vibrato". Il risultato della collaborazione doveva rappresentare un mix di prog-metal ed influenze classiche tra le quali Black Sabbath, Whitesnake, Rainbow e Malmsteen, e doveva essere in grado di fondere melodia e tecnica, precise geometrie scandinave e spunti di classe sgorgati dall'estro di musicisti dal talento indiscutibile. Tears Of The Sun rappresenta la terza tappa del progetto Space Odyssey (dopo il debutto con Embrace The Galaxy e The Astral Episode) e saluta il subentro alla voce di David Fremberg (Andromeda) al posto di Nils Patrik Johansson (Astral Doors, Wuthering Heights). Colpisce la facilità apparente con la quale i musicisti scandinavi riescono ad assemblare progetti di questo genere, rimescolando carte e line-up, attingendo da una lista apparentemente infinita di potenziali ed entusiasti collaboratori: side-project solamente nel metodo di lavoro asincrono, senza nulla detrarre in termini di qualità, esperienze come quelle degli Space Odyssey utilizzano al massimo la possibilità di comporre e diffondere materiale online, condividere le idee, bilanciare gli apporti e moltiplicare i contatti per trovare, ad ogni occasione, i musicisti più adatti - o semplicemente quelli al momento disponibili - a salire sul carro. Se l'esistenza di una scena musicale in grado di favorire la collaborazione degli artisti e la loro voglia di imbarcarsi in nuove avventure costituiscono presupposti imprescindibili, la bravura degli stessi si evince anche dalla capacità, per nulla scontata, di consegnare una musica che simuli la chimica di un'intera band alle prese con la registrazione in studio. Spesso i dischi di questo tipo suonano impeccabili ma eccessivamente levigati, artificiali nelle distanze tra le loro stesse strutture, composti come splendide immagini che la perfezione aliena, vittime di Photoshop: per questo l'ascolto di Tears Of The Sun comincia con la voglia di identificarne il carattere e sondarne la verosimiglianza. Sono le tastiere seventies di Andersson a fare da onnipresente tappeto musicale al riffing di Bohemian Werefolf: l'ottimo Fremberg, graffiante e maturo, fornisce una vibrante prestazione alla Tony Martin (Headless Cross, 1989), capace di coinvolgenti aperture melodiche che contribuiscono con ulteriore autorevolezza alla riuscita della sua prestazione. Pregevoli assoli di chitarra (Dark Wings Of Universe, Bloodspill) ed un accompagnamento di batteria sempre presente e personale confermano un quadro di grande solidità, nel quale una singola idea di base viene arrangiata, sviluppata ed arricchita dal contributo di tutti: che si tratti di un coro (Killing The Myth), di una fucilata di doppia cassa o di un riffing più articolato, gli ingredienti di Tears Of The Sun sanno di già visto ma non di già sentito, tanta è la classe misurata con la quale sono amalgamati, variegati e riproposti. Il disco viaggia su tempi medi ed altri più rallentati, che metteranno subito a proprio agio - facendoli sentire a casa - gli amanti delle sonorità classiche (compresa una blueseggiante Miracles in Daylight) citate tra le maggiori influenze del duo alla base del progetto. Gli Space Odyssey dimostrano autorevolezza e coesione nel distendere i ritmi, soffermandosi su atmosfere rarefatte (già nella seconda traccia, Obsession), sulla cura del dettaglio, sulla precisione maestosa di una produzione in perfetto stile scandinavo che propone una potenza scorrevole e compassata, energica ma di una rotondità sempre accomodante. E' proprio la costante piacevolezza dell'album a distrarre l'ascoltatore dai suoi meriti compositivi: Tears Of The Sun ha infatti il difetto - tale solo in apparenza? - di suonare facile, mentre i suoi brani si susseguono in un fluire dolce, dall'acuto smorzato, dalla struttura ricorrente nonostante la diversa natura delle fonti alle quali Andersson attinge. Questa scelta viene dunque a contraddistinguere un ascolto gradevole al quale manca il senso della conquista, della scalata, della paziente schiusa delle sue intricate vicende. I brani, benchè tutti sontuosamente arrangiati, si prestano così ad una lettura univoca che ne riduce la capacità evocativa (ed a poco servono gli artificiali cori gregoriani di The Northern Silence, in una parte finale dell’album più scontata, che tende ad appesantirsi), facendo dell'ascolto un ottimo fine invece di un mezzo sfidante, capace come lo si vorrebbe di trasmettere anche altro. In questo risiede il limite della certosina levigatezza che contraddistingue un disco figlio di una progettazione attenta e conciliante, per il quale il termine progetto racconta la genesi a tavolino, lo spirito organizzativo internettiano, la collaborazione ordinata che unisce le professionalità piuttosto che comporre gli umani contrasti succhiandone l’energia immortale. Al meccanismo oliato del terzo disco degli Space Odyssey manca allora la scintilla, se non propriamente l’anima, forse anche l'ingenuità di un solo errore, per differenziarne in modo deciso l’esperienza e fissarne l'ascolto in un ricordo duraturo: Tears Of The Sun diventa un’opera da ascoltare piuttosto che da vivere, contemplandone il rigore formale senza lasciarsi veramente coinvolgere dai suoi ritornelli e nemmeno dagli episodi (come Awakening) che sembrerebbero possedere ambizioni comunicative più importanti. Nonostante il perdonabile limite, questo disco rimane un acquisto consigliato, sia per il prezzo accattivante al quale è ancora possibile trovarlo (€8,13 su eBay al momento in cui scrivo, spese di spedizione comprese) sia per l'apporto qualitativo che un Compact Disc del genere è in grado di donare alle discoteche di tutti gli amanti del metal melodico, politicamente corretto e derivativo ma con dignità.

[6]

Melodic Power Metal, 2006

Regain Records

Tracklist:
  1. Bohemian Werewolf
  2. Obsession
  3. Miracles in Daylight
  4. Killing the Myth
  5. Dark Wings of Universe
  6. Awakening
  7. Tears of the Sun
  8. The Northern Silence
  9. Bloodspill
Line-up:

David Fremberg (Voce)
Magnus Nilsson (Chitarra, Basso)
Richard Andersson (Tastiere)
Jörg Andrews (Batteria)

domenica 6 ottobre 2013

Metal Video-Playlist di Ottobre

01 | Bloodbound - In The Name Of Metal

02 | Powerwolf - We Drink Your Blood

03 | D-A-D - Reconstructdead

04 | Lordi - Hard Rock Hallelujah Special Edition

05 | Blackstar Halo - Illuminated

06 | Motorhead - Dog Face Boy

07 | Iron Maiden - The Sign Of The Cross

08 | In Flames - Pinball Map

09 | Manowar - Brothers Of Metal

10 | Sentenced - Broken

sabato 10 agosto 2013

Recensione PLATITUDE - SILENCE SPEAKS


C’è anche un pezzettino di Italia nel breve cammino dei Platitude, band svedese formatasi nel 1995 che giunse, sette anni e tre demo più tardi, al debutto discografico (prodotto con la collaborazione di Tommy Hansen) proprio grazie alla nostrana Scarlet Records. Bene accolto ovunque, ed in particolare in Giappone, Secrets Of Life rappresentò la prima giovane tappa di un percorso fatto di tour europei, cambi di line-up e due ulteriori album da sottoporre al giudizio del pubblico, che videro lo stile power-neoclassico degli esordi evolversi mediante l’introduzione di elementi progressive, più oscuri e complessi. Silence Speaks, ultimo atto prima del definitivo scioglimento del 2008, fu registrato a partire dall’Aprile 2005, mescolando un heavy progressivo con un rock melodico e AOR che sarebbe stato distribuito sia in Europa che nel Paese del Sol Levante, e che oggi sopravvive grazie alla disponibilità di tutto il materiale prodotto sui principali siti di streaming e negozi digitali. Il modo in cui tra le prime note di Tell The Truth la potenza della batteria incontra il vezzo elettronico della tastiera definisce il marchio di fabbrica dei Platitude, che si traduce in un abbinamento sfaccettato, ora vezzoso, ora drammatico, agile nelle aperture di Kristofer von Wachenfeldt e più riflessivo negli intermezzi, negli special ed a ridosso degli assoli del clinico Gustav Köllerström. Di base orecchiabile e canterina, la musica di Silence Speaks potrebbe definirsi come un AOR sovrastrutturato, la cui base melodica (ne è principale alfiere la prova di Erik Blomkvist, nel cui repertorio canoro vanno annoverate tutte le figure retoriche del genere) si fonde progressivamente con chitarre potenti, costruzioni ritmiche più complesse e passaggi che tradiscono per un attimo la scorrevolezza originaria a favore di un maggior peso specifico. Frutto di questa commistione è un genere che rimane cantabile, molto ben prodotto, sebbene supportato da una commistione in grado di interessare anche gli amanti di espressioni a tinte power e progressive. La ricerca costante di una base melodica fa in modo che Silence Speaks si mantenga genericamente piacevole, con un avverbio utilizzato più per definire un sentimento generico che non per esprimere un compiacimento lungo quarantadue minuti: sono infatti frequenti i momenti in cui la costruzione operata dai cinque svedesi dimostra una riuscita più tecnica che emozionale, partorendo una musica ineccepibile ma prolissa, ricca di spunti e di colori che non trovano una conclusione sinergica, armonica, efficace. Le dieci tracce seguono uno svolgimento proprio e ritmicamente inarrestabile, contraddistinto da scarsa varietà, assenza di atmosfera e clichè rielaborati con classe (testi compresi), ma pur sempre riconoscibili perchè già sentiti e risentiti, già nell’ormai lontano 2006. Il disco finisce così per suonare specchiato, talmente perfetto nella sua ricercata forma da dimenticare la tensione, la ricerca del limite, l’episodio spiazzante, il temporaneo abbandono della comfort zone che lo renda avvicinabile alla debolezza, all’intimità, all’insondabilità del sentimento umano. Silence Speaks diventa dunque qualcosa di altro, di diverso e di lontano che mai riesce a farci muovere o commuovere, e per quanto non si possa non ammirarne la levigata manifattura, l’apprezzamento per la tecnica espressa rimane una cruda valutazione de facto, proiettata all’esterno, che sembra non riguardarci e persino volerci escludere. Problema ancora maggiore, la maggior parte dei brani manca di personalità, regalando - so to say - l’impressione all’ascoltatore di non aver colto un perchè in quattro minuti di canzone, lasciandolo con un senso di interlocutoria inadeguatezza e col sospetto di aver semplicemente perso tempo nel tentativo di dipanare la matassa. E’ in questo momento che, quasi in piccata risposta alla complessità formale dell'offerta, affiora la sensazione di una banalità di fondo (basti dare un'occhiata ai titoli dei brani in scaletta), nella riproposizione della stessa canzone in dieci guise nella speranza di trovarle un vestito (After The Storm tra i candidati possibili) che faccia presa. L'ultima prova dei Platitude (che è anche il titolo di un bellissimo brano dei finlandesi Bloodpit, da riscoprire senza indugi godendo del video qui sotto), benchè realizzata con una cura ed una professionalità entrambe degne di nota, dimostra anche il limite di un progetto stucchevole (ascoltare il cotonato revival ottantiano della bonus track Catch 22 / Ballad Version per credere) che oggi potremmo definire anacronistico perchè così poco emotivamente interattivo, di sconforto 1.0, al quale è mancata quella concentrazione, quella capacità di tagliare il superfluo necessaria a definirlo e ad affilarne l'artistica punta. 




Nell’album c’è purtroppo & paradossalmente tanto di buono ed il rimpianto è quello di non potere assistere all’impiego di siffatta qualità per dare un’ultima volta corpo ad una tracklist concentrata, un EP magari, capace di cogliere solo il meglio e dargli una forma tonica, organica, convincente. Il commiato del quintetto scandinavo assume invece l’aspetto di un piatto sin troppo ricco, di quelli che si vedono a Cucine da Incubo su Real Time, composto con ingenuità AOR ed un pizzico di presunzione prog, gettando in padella tanti ingredienti nobili (dalla tecnica dei singoli alla complessità degli arrangiamenti, dalla resa dinamica agli ottimi suoni che faranno vibrare di gioia altoparlanti e cuffie) che, benchè riconoscibili al primo ascolto, non trovano il momento per fondersi in qualcosa di nuovo, emotivamente significativo e trasversalmente memorabile come di solito avviene in una bella canzone.

[5]

Melodic Metal, 2006

InsideOut Music

Tracklist:
  1. Tell The Truth
  2. Silence Speaks
  3. Nobody's Hero
  4. Empty Inside
  5. Fear (It's Over Now)
  6. Don't Be Afraid
  7. Falling Down
  8. After The Storm
  9. Walk With Me
  10. You
Line-up:

Erik Blomkvist (Voce)
Gustav Köllerström (Chitarra)
Kristofer von Wachenfeldt (Tastiere)
Patrik Janson (Basso)
Erik Wigelius (Batteria)