Visualizzazione post con etichetta headphones. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta headphones. Mostra tutti i post

giovedì 15 agosto 2019

Le mie cuffie

AKG K551
Peso 305g
Driver 50mm
Gamma 12Hz - 28kHz
Impedenza 32ohm
Sensibilità 114db


BEYERDYNAMIC DT990 PRO

Peso 250g
Driver N/A
Gamma 5Hz - 35kHz
Impedenza 250ohm
Sensibilità 96db

HIFIMAN HE-4XX
Peso 405g
Driver N/A (Planar Magnetic)
Gamma 20Hz - 35kHz
Impedenza 35ohm
Sensibilità 93db


JBL Everest Elite 700

Peso 305g
Driver 40mm
Gamma 10Hz - 22kHz
Impedenza N/A
Sensibilità 99db

JBL J55

Peso N/A g
Driver 40mm
Gamma 10Hz - 24kHz
Impedenza 32ohm
Sensibilità N/A db

JBL J88
Peso N/A
Driver 50mm
Gamma 8Hz - 24kHz
Impedenza 32ohm
Sensibilità N/A db

JBL SYNCHROS E40BT
Peso 205g
Driver 40mm
Gamma 20Hz - 22kHz
Impedenza 32ohm
Sensibilità N/A db

JBL SYNCHROS S700
Peso N/A
Driver 50mm
Gamma 10Hz - 22kHz
Impedenza N/A
Sensibilità 117db


JBL T450

Peso 309g
Driver 32mm
Gamma 20Hz - 20kHz
Impedenza 32ohm
Sensibilità N/A db

Panasonic RP-HTF890
Peso 281g
Driver 50mm
Gamma 5Hz - 30kHz
Impedenza 50ohm
Sensibilità 105 db

Pioneer SE-M531

Peso 215g
Driver 40mm
Gamma 7Hz - 40kHz
Impedenza 32ohm
Sensibilità 100db

Sennheiser HD40
Peso 60g
Driver N/A
Gamma 22Hz - 18kHz
Impedenza 600ohm
Sensibilità 90db

Superlux HD-668B

Peso 222g
Driver 50mm
Gamma 10Hz - 30kHz
Impedenza 56ohm
Sensibilità 98db

Teufel Aureol Massive
Peso 400g
Driver 50mm
Gamma 10Hz - 22kHz
Impedenza 32ohm
Sensibilità 98db

martedì 13 agosto 2013

Superlux: storia del marchio e catalogo completo



Superlux è il nome commerciale di Goang-Fann Co. Ltd, azienda taiwanese basata a Hsichih Taipei che nel 1997 ha acquistato Tenlux, ditta che da dieci anni produceva microfoni e componentistica audio per conto terzi (Sony, Kenwood, Sharp, Electrovoice e Behringer tra i clienti più blasonati) e che, appena quattro anni prima dell'acquisizione, aveva deciso di cominciare a produrre dispositivi per la registrazione con il proprio marchio. Nel 1998 Superlux ha dunque avviato un piano decennale di crescita che si è articolato dapprima nella creazione di un'unità dedicata allo sviluppo di cavi audio, e successivamente nella costruzione di uno stabilimento indipendente per produrre cavalletti ed accessori (2001), nella creazione di una sezione dedicata alla ricerca e sviluppo di cuffie (2008) e nella composizione di un'unità alla quale affidare il compito di sviluppare altoparlanti (2009). La storia di Tenlux era cominciata in realtà 60 anni prima, quando il padre di Pan Zheng Yuan, cofondatore dell'azienda, costruì per la sua stazione radio il primo microfono a condensazione in tutta la Cina dopo aver completato gli studi in Germania, trasmettendo poi le sue conoscenze al figlio, che si sarebbe laureato con un BSEE (Bachelor of Science in Electrical Engineeringpresso la Chau-Ton University. Pan vanta oggi quarantacinque anni di esperienza nella progettazione professionale di dispositivi elettro-acustici: entrato in Superlux nel 1996, la sua passione e la sua competenza, nonchè le conoscenze acquisite dal padre, costituiscono un elemento fondamentale per l'attività di Ricerca & Sviluppo condotta in seno all'azienda. Oggi Superlux è un produttore moderno - certificato RoHS, ISO9001 e ISO14001 - con uffici a Hong Kong, che occupa uno stabilimento di oltre 35.000 metri quadrati nel cuore di Shanghai (Cina) mentre sono stati avviati i lavori per costruirne uno ancora più grande nei pressi del porto di Lan-Yuan. Superlux è una compagnia presente sul mercato internazionale che produce dispositivi audio e microfoni per qualsiasi tipo di applicazione: l'azienda si prefigge di fornire prodotti ben costruiti ed affidabili, che siano allo stesso tempo accessibili senza sacrificare il livello di prestazioni richiesto nel mercato professionale. Questi prodotti sono progettati per operare nelle condizioni più varie, assicurando una performance sonora eccellente in installazioni fisse, studi di registrazione, stazioni radio, esibizioni dal vivo, produzione di eventi ed applicazioni in ambito educativo, aziendale, di intrattenimento, governativo, militare e - naturalmente - consumer. 

I punti di forza di Superlux sono:
  • volumi produttivi elevati
  • gestione diretta di un centro di logistica globale
  • sistema di controllo interno di tipo ERP (Enterprise Resource Planning)
  • integrazione manageriale di Ricerca & Sviluppo, Produzione, Marketing e Vendite in modo da fornire al Cliente (al quale il presidente David Liu si rivolge come "il tuo amico") una soluzione globale
L'acquisto di un prodotto Superlux (sia esso un paio di cuffie, un microfono o un amplificatore per cuffie) comporta un investimento in qualità ed una performance che appagherà l'utente con anni di riproduzione sonora chiara, affidabile e solida. La qualità del suono è il vero valore di questi oggetti: d'altra parte, un prezzo ragionevole è vitale non solo per rispettare i limiti di budget, ma anche per rimanere competitivi sul mercato. Il rispetto degli standard industriali è una linea guida fondamentale che contraddistingue il marchio dalla fase della progettazione alla realizzazione del prodotto finito, perchè Superlux ama la musica ed il suono, senza dimenticare le esigenze professionali dei suoi clienti. Le tante recensioni disponibili online convergono sul fatto che, oltre a suonare decisamente bene, i prodotti Superlux hanno il vantaggio di costare poco, offrire un design piacevole ed una qualità costruttiva buona, offrendo una possibilità di scelta tra una ampia gamma di prodotti che mira a soddisfare le esigenze di tutti. Superlux non intende perseguire un'innovazione costosa e fine a se stessa, quanto piuttosto fornire un più consistente valore al cliente, che è quanto probabilmente basta per garantire al marchio un futuro di successo.
















domenica 4 agosto 2013

Recensione cuffie YONGLE IP-802


Sempre alla ricerca di cineserie sorprendenti che facciano cose in modo good-enough ad una frazione del prezzo al quale sono venduti i prodotti di marca, ho recentemente ordinato sul sito Everbuying.com un paio di cuffie dalle caratteristiche tecniche interessanti. Vendute ad €8.91, spese di spedizione comprese, le Yongle IP-802 vantano una risposta in frequenza di 20-20kHz, impedenza di 32 Ohm, sensibilità di 104dB e driver da 40mm di diametro. Adatte ad un utilizzo on-the-go, grazie all'archetto richiudibile, le cuffie cinesi offrono anche un cavo di collegamento rimovibile (ottimo per evitare di arrecare un danno alle cuffie qualora si incastrasse da qualche parte, come a me succede regolarmente) ed un microfono per rispondere/terminare le chiamate qualora le abbinassimo - come fatto nel corso di questa prova - ad un telefono cellulare. La confezione, per quanto provata dagli urti subiti nel corso del lungo viaggio intercontinentale, è accattivante: su un elegante sfondo nero troviamo infatti la foto delle cuffie, il logo Yongle su sfondo argentato, simboli di dispositivi mobili (iPhone, Blackberry ed iPad) stampati in elegante rilievo ed una promettente scritta HD High Definition, che non vorrà dire assolutamente nulla ma tanto costa uguale. Le cuffie, che nel solito inglese maccheronico promettono una Super Sound Performance ed una Clear Voice Transmission, pesano 170 grammi (contro i 222 delle mie adorate Superlux HD-668B) e trasmettono, una volta impugnate, una discreta sensazione di solidità. 


Grazie ad un design che ricorda le esageratamente costose Beats, le umili Yongle portano in dote un archetto superiore ben imbottito, una buona possibilità di regolazione, quattro viti interne a vista, finiture plastiche argentate (sulla cui durata non ci sentiamo di esprimerci) ed un buon comfort generale, che permette di indossarle ricoprendo l'orecchio senza tuttavia avvolgerlo troppo. Il cavetto di collegamento è di un bel colore rosso fuoco, ha entrambi i jack protetti da due tappini di plastica ed un alloggiamento per il microfono di dimensione generosa, con un pulsante facile da raggiungere al momento di ricevere una telefonata. Proprio perchè le cuffie ben si prestano ad un utilizzo in movimento, ho ritenuto di testarle collegandole al mio cellulare Zopo-500, dispositivo cinese Android - rigorosamente a basso costo - che mi ha regalato in questi mesi di utilizzo grandi soddisfazioni, non ultima un'eccellente qualità del suono quando collegato alle Superlux (€30 circa, più spese di spedizione), cuffie che nel corso di questa prova utilizzerò come esclusivo termine di confronto. Il primo brano di test è End Of All Days, una suite di oltre sette minuti dei tedeschi Vanden Plas (Beyond Daylight, 2000) che permette di valutare entrambi i prodotti, grazie a numerosi passaggi molto diversi tra loro, sotto più punti di vista. L'arpeggio iniziale di chitarra è ben definito, i suoni leggermente riverberati e l'attacco degli strumenti convincente: il passaggio sulla tastiera è intellegibile pur se non predominante e la voce, sebbene non restituita con assoluta analiticità, si staglia con eleganza sui suoni di charleston e cassa della batteria. 


Per quanto non si tratti di un suono caldo (il rullante è anzi particolarmente freddo ed impersonale), le Superlux HD-668B riescono a restituire una scena potente e nitida, con le chitarre ben separate, cori sullo sfondo ed una bella presenza di basso. Nei passaggi più densi le Superlux si lasciano andare senza problemi, suonando decise ed ordinate allo stesso tempo, regalando una coinvolgente sensazione di movimento, di cose che succedono, di flow, eppure subito pronte a ricomporsi al momento di lasciare di nuovo spazio a chitarra acustica, voce e tastiera: la poliedricità di queste cuffie ne fa un acquisto consigliatissimo per ogni genere di musica, dal jazz al metal, a patto che si apprezzi una resa dinamica e non particolarmente neutra (nonostante la dicitura studio monitor impressa su entrambi i padiglioni). Con le Yongle IP-802 l'arpeggio di chitarra viene portato leggermente in secondo piano, il passaggio sulle tastiere perde di definizione ed i bassi subiscono, a parità di equalizzazione con le cuffie concorrenti, un minimo di distorsione. Dove le cinesine recuperano è nel corso della strofa iniziale: sofferenti nei passaggi più pieni e complessi, le Yongle riescono però a suonare dolci e rotonde quando il compito è meno gravoso, capaci di un suono musicale che le fa apprezzare, se non altro, con simpatia. Ad un dettaglio nettamente inferiore (nella resa dei piatti, nei contorni della voce, nella sensazione ridotta di spazio attorno agli strumenti) le cuffie da otto euro contrappongono un'apprezzabile piacevolezza nella resa dei suoni acustici e delle frequenze medio-basse, in una composizione equilibrata e scorrevole della scena sonora. Le frequenze medie (voce e tastiera) tendono invece a perdersi nei passaggi più complessi, sopraffatte dalle spigolature di chitarre e batteria, come se le cuffie preferissero portarle in secondo piano per scongiurare il rischio di una scena troppo piena e confusa. Superata decorosamente la prima prova, portiamo la sfida sul campo insidioso di Electric Hoedown (Havin' a Bad Day, 1987), traccia strumentale composta dal guitar virtuoso Dweezil Zappa per il suo album di debutto. La canzone è una vera e propria traccia audiofila, piena di dettaglio, note in rapida successione, repentini decadimenti ed abbondanti virtuosismi alle sei ed alle quattro corde. Le Superlux fanno quello che possono, garantendo comunque un ascolto piacevole: la resa dell'ensemble è certamente buona, anche se si avverte una mancanza di autorità nel presentare la scena in un modo più elegante e raffinato. Il brano suona agile ma non soffuso ed intellettuale come dovrebbe, charleston e chitarra predominano sulle altre componenti ritmiche, l'immagine prende forma più come un'onesta somma di parti che come un tutto colto nel suo svolgimento organico. La resa delle Yongle non è affatto migliore, tuttavia la loro musicalità permette di disinteressarsi completamente al dettaglio a favore di una ricostruzione inesatta ma scorrevole: alzando subito bandiera bianca, le economiche cinesi riescono a portare a casa una prestazione decorosa e scanzonata, dimentica di qualsiasi complessità, nel quale una funzionale mediocrità avvolge gli strumenti in nome di un tutto democratico, semplificato fino all'eccesso e di facile ascolto. Chitarra, basso e batteria diventano quasi un unico strumento, ma senza che si possa parlare di una cacofonica confusione: la performance delle cuffie assomiglia piuttosto ad un'onorevole resa, servita con onestà ed evitando quelle forzature che possono rendere un ascolto stancante. 


Concludiamo la prova in scioltezza, con l'ammaliante dolcezza di As Common As dei danesi D-A-D (Everything Glows, 2000), una piccola perla da ascoltare e riascoltare perdendosi tra atmosfere languide e testi pungenti. La resa quasi acustica permette di cogliere, al primo ascolto con le Superlux, i dettagli della voce, del rullante e del basso. La canzone affascina al momento dell'apertura del ritornello, durante il quale - quasi uscendo dall'ombra - si viene avvolti dalla bellezza universale di cori femminili crescenti, effetti elettronici ed un assolo di chitarra semplice e malinconico nella sua caducità. Le Superlux rendono senza problemi questa alternanza di luci e passaggi, stabilendo una sorta di complicità con gli artisti, quasi assecondandone le intenzioni, muovendosi all'unisono in nome di uno spettacolo che, più di ogni altra cosa, sappia e possa divertire. Esaltate dal basso di Stig Pedersen, anche le Yongle trovano un loro modo di dipanare la colorata matassa del brano: nonostante un approccio meno convinto, meno tridimensionale e generalmente meno vibrante, anche le cuffie più economiche riescono a restituire un quadro coinvolgente al momento del ritornello, che però sembra privilegiare le componenti elettroniche a discapito di quelle vocali. Ugualmente musicale, la prestazione delle Yongle si dischiude su chitarre, piatti e basso, come risulta evidente al momento dell'assolo: le cuffie riescono comunque a restituire un discreto dettaglio anche nelle parti più tranquille, svolgendo un compito sufficiente e prevedibile, che è possibile migliorare agendo con qualche accortezza "perequativa" sull'equalizzazione. A conti fatti le IP-802 dimostrano di essere un paio di cuffie assolutamente decorose, ancora più apprezzabili al momento di valutare un prezzo che comprende (ma come fanno?) anche le spese di spedizione per via aerea. Non siamo certo al cospetto di un acquisto obbligato (le Superlux lo sono, anche se costano circa il quadruplo), quanto di un prodotto che si lascia ascoltare senza difficoltà, onesto e discretamente musicale, conscio dei propri limiti ed adattissimo per chi sia alla ricerca di un'economica cuffia da battaglia da abbinare ogni giorno, anche grazie al microfono incluso, al proprio telefono cellulare.

[6]

sabato 5 gennaio 2013

Recensione cuffie HOUSE OF MARLEY JAMMIN' POSITIVE VIBRATION


Sono entrato in possesso delle cuffie Jammin’ Positive Vibration di House Of Marley grazie alla raccolta punti di Total Erg, che mi ha permesso di ordinarle dal mio distributore di fiducia con un contributo di soli 15 Euro (il prezzo di listino dovrebbe essere di circa 59.90 Euro). Queste cuffie si caratterizzano non solo per il sostegno che il produttore statunitense assicura all’organizzazione di beneficenza della famiglia Marley (1Love.org) ma anche per una filosofia costruttiva che privilegia l’utilizzo d materiali reciclati o reciclabili: per questo motivo le Jammin’ - comunque costruite in Cina - utilizzano plastica riciclata ed alluminio riciclabile. Completano la dotazione gli altoparlanti da 50mm di diametro, il cavo in tessuto resistente ed anti-aggrovigliamento e le “comode imbottiture per le orecchie”, così descritte sul retro della confezione. La scatola, a proposito, trasuda naturalità da tutti i pori: realizzata in semplice cartone totalmente riciclato, essa presenta sulla facciata principale un’immagine a colori delle cuffie (“eco-friendly on-ear headphones") mentre sul retro domina una foto di Bob Marley, ricordato con un breve testo in cinque lingue. 


Le cuffie, che è possibile “spiare” da un’ampia finestra laterale in plastica trasparente, sono alloggiate all’interno in una struttura di cartone molto ben ingegnerizzata, che comprende anche un sacchetto in tessuto nero per il trasporto e due minuscoli depliant cartacei: il primo è dedicato alla garanzia di due anni che copre le Jammin’, mentre il secondo saluta il consumatore in una miriade di lingue, invitandolo ad un ascolto a volumi “responsabili”. Totalmente assenti le caratteristiche tecniche, non menzionate neppure sul sito ufficiale. 


Cuffie e mini-jack da 3.5mm placcato in oro con attacco angolato a 90° sono collegati da un cavetto rivestito in tessuto dai colori giamaicani, piacevole al tatto ma dal diametro molto contenuto, ed originariamente legato da un semplice e rustico spago. Non sono presenti prolunghe nè adattatori di alcun tipo, e non è possibile scollegare il cavetto dal trasduttore di sinistra al quale esso è connesso. Le Positive Vibration, qui nella versione arancio/azzurro denominata Sun, sono colorate e leggerissime, di certo non pretenziose, ed invitano ad un ascolto allegro e disimpegnato, ancor prima che di qualità. Le cuciture arancioni, l’archetto rivestito in doppio colore azzurro (sopra) ed arancione (sotto) ed il semplice meccanismo di autoregolazione definiscono esteticamente l’accessibilità del prodotto, adatto per peso e dimensioni contenute ad un utilizzo “on the go”. 


Sicuramente soddisfatto della presentazione e dell’immagine, decido di mettere alla prova le Jammin’ con il mio set-up di riferimento, che prevede l’utilizzo di un notebook Compaq 6720s, equipaggiato con il chip audio AD1981HD di Analog Devices e Windows Media Player 11: l’amplificazione del segnale in uscita è invece affidata ad un amplificatore per cuffie marcato Miridiy, che utilizza un doppio canale digitale/analogico, grazie alla presenza di una valvola di tipo 6N11/ECC88 recentemente sostituita. Queste le principali caratteristiche della mia scheda audio:
  • 2 DAC channels: 24-bit 
  • 2 ADC channels: 20-bit 
  • HD audio sample rates 8 / 11.025 / 16 / 22.05 / 32 / 44.1 / 48 kHz 
  • Greater than 90 dB dynamic range 
  • S/PDIF output: 32 kHz, 44.1 kHz or 48 kHz, or 24-bit 
  • Digital beep and analog PC beep pass-through 
  • Integrated headphone amplifiers on two ports 
  • Port retasking 
  • Selectable microphone and line inputs 
  • Full analog mixer 
  • Legacy inputs: CD and auxiliary inputs



In virtù della loro leggerezza, il comfort delle House Of Marley si può definire immediatamente buono: l’imbottitura poggia sulle orecchie senza avvolgerle (dopo tutto queste sono cuffie on-ear), mentre risulta abbastanza ferma la pressione esercitata, necessaria per assicurarne il corretto e stabile posizionamento in caso di attività svolte all’aria aperta. Comincio il test - senza aver osservato alcun periodo di burn-in o rodaggio - con il metal degli Amalgama, promettente band russa scoperta girovagando in Rete: la loro Мечта è... molto deludente, dal momento che le cuffie suonano “plasticose” esattamente come il loro aspetto lascerebbe supporre, avvicinandosi pericolosamente al suono delle cuffie multimediali di Eurospin recensite durante la scorsa estate. Il suono delle Positive Jammin’ è piatto e distante, nonostante la buona amplificazione inserita nel percorso del segnale, e del tutto carente di dettaglio nonostante il file MP3 di buona qualità (320kbps): il risultato è un pasticcio di qualità e quantità modeste, col quale è impossibile stabilire una qualche connessione emotiva. Non si avvertono frequenze più esuberanti che permettano di attribuire un qualche carattere alle cuffie, che proprio non sembrano a loro agio con generi dalla forte dinamica. 

Le cose vanno leggermente meglio con suoni meno freddi, come quelli degli australiani Babyjane: She’s Just A Liar riesce ad “uscire” dalle casse con minore timidezza, privilegiando basso e chitarre, mentre alti e medio-alti tendono a perdersi in un marasma disorganizzato che certo non entusiasma l’audiofilo, per quanto dalle aspettative low-cost (come il budget a disposizione, del resto). Le fumose atmosfere da strada di Saints Of Los Angeles dei Motley Crue riescono finalmente ad accontentare le cuffie eco-compatibili: la poca purezza è compensata da una presentazione sufficientemente potente, che sacrifica il dettaglio e la dinamica in nome della compattezza dei suoni. Non c’è davvero nessuno strumento per la cui resa valga la pena scrivere a casa: le chitarre elettriche sono riconoscibili ma per nulla vibranti, alla batteria manca lo stacco secco, i bassi sono presenti ma senza strafare e le voci sono probabilmente tra le componenti maggiormente penalizzate da tanta generale mediocrità. Siamo sulla stessa linea senza infamia e senza lode con i suoni ruvidi di Man On The Edge degli Iron Maiden, che sembrano poter superare senza troppe ammaccature il trattamento riservato dalle House Of Marley: le cuffie rimediano con volume e sostanziale assenza di distorsione ad una performance piattina e che non contempla termini quali “vibrante" o “ariosa". L’idea di un ambiente artificioso riaffiora al momento dell’assolo, quando tra chitarre e sezione ritmica non si avvertono le distanze, i contrasti, le tensioni e la chimica: al contrario, ogni elemento è ridotto sullo stesso piano - compreso il cantato del povero Blaze Bayley - e riesce difficile seguire il ritmo e partecipare. You Give Love A Bad Name dei Bon Jovi suona ancora più vecchia e ottantiana di quanto già non sia: mentre ci sono cuffie in grado di regalare una seconda giovinezza alle registrazioni più datate, le Jammin’ affossano la band americana con suoni inequivocabilmente ottantiani, con la possibile eccezione del basso, finalmente presentato in modo ritmico e musicale. '74’75 dei The Connells potrebbe essere la canzone giusta per le Jammin’, con un incedere più pacato e suoni ben distinti: se il brano esenta le cuffie da critiche relative alla scarsa dinamica, va però detto che il godimento è comunque compromesso dalla mancanza di dettaglio e di profondità, che non esalta i colpi di batteria sulla cassa, nè la freschezza delle chitarre o la dolcezza del cantato. La mancanza di tridimensionalità rende impossibile una rappresentazione verosimile della scena sonora, alla quale vengono meno intimità e calore, umanità e sintonia: i cori nel finale sono quasi impossibili da distinguere e sembrano provenire da un megafono, tanto chiusa e nasale ne appare la resa. 


Rendo quindi il compito ancora più facile con i suoni acustici di Sitting, Waiting, Wishing di Jack Johnson: pur nella semplicità, solo la linea di basso pare salvarsi dall’appiattimento generale. Le corde della chitarra non respirano come dovrebbero, il suono della batteria manca di precisione e la voce di Johnson, per quanto intellegibile, risalta più per una questione di mero volume che non per la qualità con la quale (non) viene tradotta. Stesso risultato con What I Am di Edie Brickell: per la natura della canzone le cuffie vengono messe nella condizione di non nuocere, ma nemmeno approfittano dell’occasione per regalare un tocco di calore, di dettaglio e di attenzione che sappia regalare qualcosa di più rispetto ad una prova almeno coerente. Nel frattempo anche l’archetto superiore comincia a far sentire il suo peso, e si rende necessaria una regolazione più morbida delle cuffie che, allentando la pressione esercitata sulle orecchie, tende a far respirare meglio i suoni. Suburban Knights degli Hard-Fi ed Only The Good Die Young degli Iron Maiden sembrano poter beneficiare in piccola parte del trattamento, con suoni pur sempre velati ma almeno disposti all’interno di una scena più ampia. 

In virtù della resa non troppo soddisfacente con l’utilizzo dell’amplificatore dedicato, provo a collegare direttamente le cuffie al cellulare (un modesto Palm Pixi Plus) per verificarne il funzionamento in condizioni più frequenti e devo rilevare come, in questo caso, il suono delle Positive Jammin’ riesca a trovare una sua dimensione. Liberate da aspettative hi-fi, le cuffie riescono ad esprimersi meglio quando messe in grado di gestire direttamente il segnale in ingresso: il metal svedese dei Bloodbound (In The Name Of Metal) viene riprodotto con un volume adeguato, un suono abbastanza potente ed una discreta separazione tra i canali, caratteristiche apprezzabili se si sceglie di non andare troppo per il sottile. Assente qualsiasi tipo di equalizzazione (nemmeno prevista dal lettore musicale di questo telefono), la dirompente I’m Evil riesce a trovare una sua dimensione, presentando in maniera onesta cori e chitarre, doppia cassa e basso: la prova non ha nulla del miracoloso, perchè i limiti delle House Of Marley rimangono tutti, ma almeno non vengono messi impietosamente in evidenza come avveniva con la filiera del suono precedente. 

Collegate direttamente ad un telefono le cuffie restituiscono esattamente il suono che ci si aspetterebbe in un’occasione del genere (dalla sala di attesa della stazione alla passeggiata in riva al mare, per capirci), producendo con una colorata struttura on-ear il tipico suono che si otterrebbe da un discreto paio di economici auricolari. Le House Of Marley non sono cuffie autoritarie e non offrono davvero nulla che vada oltre il modesto prezzo di listino: grazie all’immagine originale del prodotto ed all’assenza di distorsione potranno comunque accontentare un pubblico meno esigente, o che almeno non sospetti dell’esistenza di prodotti come le Superlux HD668B che - a circa 30 Euro - offrono un’esperienza sonora di ben altro livello.

PRO
  • Accattivante eco-filosofia di fondo
  • Stabilità nell'utilizzo outdoor
  • Nessuna necessità di amplificatori per cuffie

CONTRO
  • Mancanza di spazialità e dettaglio
  • Cavo di collegamento molto sottile
  • Scomode dopo un utilizzo prolungato
VOTO 63/100

lunedì 17 dicembre 2012

Recensione cuffie KOSS PORTA PRO


“Tanto pratiche a casa come in viaggio, le cuffie Hi-Fi PortaPro di Koss offrono un suono molto fedele con una risposta a frequenza allargata per cogliere ogni sfumatura del tuo film preferito o del tuo musical preferito. Dotate di cuscinetti in gommapiuma per un comfort d'ascolto ottimale, le PORTAPRO sono delle cuffie di tipo aperto, ideali per apprezzare dei brani musicali senza essere disturbati dall'ambiente circostante. Molto comode grazie al loro archetto regolabile, le Koss PortaPro sono le compagne fedeli di tutti i tuoi momenti musicali. Garanzia a vita di Koss.” 
Definite addirittura “miracolose” su diversi forum, le Porta Pro sono forse il modello più conosciuto tra quelli prodotti dall’americana Koss: vendute da oltre vent’anni (sono state lanciate nel 1984) ed oggetto di minime revisioni, le Porta Pro sono facilmente reperibili online ed offline ad un prezzo inferiore ai 30€. Considerato il prezzo accessibile, le cuffie Koss vantano caratteristiche tecniche interessanti:

Risposta in frequenza 15-25.000Hz
Impedenza 60 Ohm
Sensibilità 101dB
Forma semi-aperta
Magnete in neodimio, ferro e boron

Contraddistinte da un look essenziale ma riconoscibilissimo, leggere da indossare e facilmente adattabili (grazie alla doppia impostazione firm/light di ciascun trasduttore) alla testa di tutti, le Porta Pro sono cuffie indicate per attività all’aria aperto che non disdegnano, come vedremo, un ascolto più attento tra le mura domestiche. Per la nostra prova utilizziamo un notebook Compaq 6720s, equipaggiato con il chip AD1981HD di Analog Devices e Windows Media Player 11 (inizialmente senza equalizzazione attivata): l’amplificazione del segnale in uscita è invece affidata ad un amplificatore per cuffie marcato Miridiy, che utilizza un doppio canale digitale/analogico, grazie alla presenza di una valvola di tipo 6N11/ECC88, recentemente sostituita. 

Avendo letto della cura con la quale è stato prodotto l’ultimo album di Zucchero (La Sesiòn Cubana, Universal, 2012) decidiamo di mettere alla prova le cuffie con questo torrido mix di blues in salsa latina, e la prova offerta dalle mitiche Porta Pro convince sin dalle prime note. Fiati e percussioni, complice una buona separazione tra i canali, creano una scena credibile, che non eccelle tanto per definizione quanto per una generale sensazione di equilibrio: a cominciare dalla riproduzione dei bassi, corposa e precisa, tutti i suoni sono riconoscibili ed identificabili nello spazio, progressivamente esaltati mano a mano che essi si fanno più acuti. In mancanza di equalizzazione le Porta Pro non sono squillanti nè esageratamente brillanti, tentando all’opposto di offrire una riproduzione matura e dotata di inaspettato peso. Se non fosse per la piacevole leggerezza di queste cuffie, che le rende comode anche dopo un utilizzo prolungato, la sensazione all’ascolto sarebbe quella di indossare un apparecchio di dimensioni e pretese ben maggiori: se alle Koss manca forse il respiro, dall’altro la capacità comunicativa di queste cuffie le rende in grado di coinvolgere ed appassionare con i generi musicali meno complessi, perchè i risultati superano in molti casi le aspettative. 

Le frequenze nelle quali le PP sembrano più a loro agio sono a mio avviso le medio-basse e le medio-alte, utili a definire la presenza di certe sonorità (squisitamente latine, in questo caso), senza strafare. In assenza di correttivi rimane invece velata la resa della voce, riprodotta in modo più musicale che analitico, quasi sacrificata sull’altare della generica coerenza alle quale le Koss non rinunciano. Il disco di Zucchero, in particolare, viene  esaltato nella sua componente corale, come un insieme ordinato di parti in movimento, caldo e colorato, senza che nè alla voce del cantante emiliano nè alle coriste che lo accompagnano venga accordata un’attenzione particolare. La mancanza di dettaglio si avverte nei momenti nei quali le Porta Pro non riescono a svelare la natura di uno strumento nudo, come nell’atmosferica Never Is A Moment o nella dolcissima Indaco Dagli Occhi Del Cielo: in entrambi i casi la tensione è palpabile, così come il delicato raccordo delle diverse parti, tuttavia sembra che tra l’ascoltatore e la fonte ci sia uno spazio che le Koss non riescono ad annullare, e che pregiudica l’illusione di ascoltare - quasi sfiorandola - una vibrante performance dal vivo. Le corde nella conclusiva Sabor A Ti non tagliano l’aria come potrebbero, il tappeto di tastiere si perde tra arpeggi e percussioni, ed è ancora una volta la voce a costituire un punto di raccordo, per quanto resa con un dettaglio solo sufficiente. Riprodotta con le Superlux HD668B, mie attuali cuffie di riferimento, Baila è più attraente e maliziosa: mentre con le Porta Pro l’impressione è quella di un ordinato e pastoso tutt’uno, inerziale e che risulta difficile scomporre negli elementi che lo compongono, con le HD668B ritroviamo piani diversi e meglio separati, un basso armonioso che ne sostiene il movimento ondivago ed una voce presente e credibile, per quanto sempre in difficile coesistenza con organo, fiati e percussioni. Nettamente migliore, da un punto di vista della pura resa vocale, appare la performance delle AKG-K551, cuffie chiuse note ed apprezzate per la spazialità del proprio suono: le cuffie austriache riescono a pescare il dettaglio meglio della concorrenza low-cost, proponendo però un approccio analitico e fin troppo freddo, carente soprattutto nei bassi, che poco si sposa con le sensuali atmosfere sudamericane de La Sesiòn Cubana

Il comprensibile limite del prodotto Koss è dunque quello di non scavare nella debolezza umana, di non riuscire a cogliere la sofferenza d’amore in tutti i suoi delicati aspetti, la solitudine e la profondità del nero: le Porta Pro non regalano un’esaltazione artificiosa nè spaventano, non si sporcano le mani per ricercare un dettaglio che non possono conoscere, piuttosto tengono la mano per quella che si potrebbe descrivere come una gradevole, corroborante passeggiata musicale. Il segreto di queste cuffie risiede probabilmente nel giusto compromesso al quale il produttore americano si è piegato in fase progettuale, in un’ottica di contenimento dei costi ed appetibilità commerciale. Le Porta Pro non cercano infatti di fare bene troppe cose, avventurandosi pericolosamente al di là dei propri limiti fisici, preferendo invece concentrarsi su una riproduzione corretta e musicale, in un certo senso di autorevole furbizia (o furba autorevolezza), stupefacente per un ascolto disimpegnato e decorosissima - anche in virtù del prezzo di vendita contenuto - se analizzata con più calma. Le insidie di una cassa (Love Is All Around) oppure di un basso irraggiungibile nella sua profondità (Così Celeste, Ave Maria No Morro) sono prudentemente evitate, gestendo le frequenze più complicate con personalità da affidabile impiegato, e senza strafare. 

Il singolo Guantanamera, ascoltato con l’equalizzazione predefinita “Swing”, regala un ritmo dolce e sinuoso, e con esso l’esperienza del perdersi tra le voci, i suoni e le trascinanti percussioni dei bravi musicisti dei quali Zucchero è solito circondarsi: le Koss riescono a mantenere un ordine sufficiente anche nell’affollato finale, ribadendo la capacità di garantire in ogni frangente un ascolto armonioso. Migliore per spazialità e nitore è il lavoro svolto dalle AKG-K551: le cuffie che hanno raccolto l’eredità delle K550 (introducendo telecomando e comandi per iPhone) riescono a rendere con maggiore dettaglio cori (soprattutto femminili) e fiati, strumenti a corda e sonagli, regalando un’ottima prestazione, per quanto sbilanciata - come accade tra le note di Un Kilo - a favore delle frequenze medio-alte. Cuba Libre è un brano che si distingue per la grandiosità della scena, grazie alla maestosa apertura dei suoni nel ritornello: non è certo un’esplosione di fascino orchestrale quella alla quale si assiste, tuttavia le Porta Pro riescono a respirare quanto basta per offrire un assaggio di spazio e tridimensionalità. Anche alzando il volume ne L’Urlo, le Porta Pro continuano a svolgere il proprio onesto, operaio lavoro senza affanni: in totale assenza di avvertibile distorsione, la maggiore pressione sonora serve piuttosto a conferire una verve aggiuntiva allo spettacolo, permettendo alla voce di arrivare più vicina alle orecchie dell’ascoltatore. L’assolo di organo è un momento di festa che quasi riesce a far scomparire le cuffie dietro alla musica, tanti sono i colori presenti nell’allegro quadretto sudamericano: le Porta Pro lasciano che siano le note a parlare, e sanno rendersi per un attimo invisibili al pari di prodotti ben più costosi. 

La versatilità di queste cuffie permette di apprezzarne le caratteristiche con altri tipi di sollecitazioni: She’s Just A Liar dei rocker australiani BabyJane suona addirittura meglio delle concorrenti che costano dieci volte tanto (come la AKG) grazie ad una presentazione assolutamente compatta e sicura, che porta chitarre elettriche e batteria in virile, ingombrante presenza. Uguale plauso le Koss lo ottengono quando messe alla prova con i cori impegnativi di The Things We Believe In degli Orden Ogan e le chitarre infuocate di In The Name Of Metal dei Bloodbound: dal suono della radiosveglia nelle battute iniziali alle percussioni che fanno vibrare gli altoparlanti sulle orecchie (che gusto!) senza però scomporli, queste piccole cuffie rivelano energia e carattere, insuperabili nella pura mole di Quantità che riescono a produrre. Va peggio quando alle piccole di casa Koss viene richiesta una maestosità che, per limiti prettamente fisici, esse non possono regalare: il death-metal sinfonico dei cechi Inner Fear (First Born Fear, 2012) è compresso ed appiattito, servito con un affanno che lo rende più da ascoltare che da vivere. Il suono complesso, che prevede contemporaneamente voci rabbiose, archi ed assalti di chitarra/batteria, viene risolto in un unicum a tratti confuso e lontano che, pur senza risultare distorto, ha il sapore di un “massimo possibile” che non può soddisfare del tutto: gli archi sono presenti ma non sferzanti, le chitarre suonano attutite e le voci femminili - come velate, al pari degli spunti elettronici - perdono in credibilità, efficacia dinamica e sensualità. 

Le Porta Pro si fanno apprezzare per il carattere ruspante, per l’onestà con le quali approcciano una riproduzione musicale low-cost che, con ostinazione felina, non si lascia facilmente intimorire: individuarne pregi e difetti è infatti semplicissimo, anche dopo pochi ascolti, per cui diventa altrettanto facile prevedere la resa di queste cuffie con la propria musica preferita, adattando se necessario la curva di equalizzazione per modificarne - anche solo in parte - il comportamento. Di base, le cuffie americane garantiscono una riproduzione musicale ed autorevole, mai distorta, che per questo motivo presenta interessanti margini di personalizzazione: una menzione particolare la merita inoltre il comfort offerto, frutto di un’impostazione semplice e razionale che ha molto a che spartire con il carattere sonoro che abbbiamo avuto occasione di apprezzare. Le Koss sono cuffie consigliatissime per comodità ed affidabilità (sono garantite a vita, ed ottenerne la sostituzione in caso di malfunzionamento è piuttosto semplice), e per il modo in cui insegnano ad apprezzare una corretta riproduzione della musica, il tutto ad un prezzo che non ammette scuse.

Voto: 74/100

mercoledì 12 dicembre 2012

Recensione cuffie AKG-K551


Dopo aver vinto il concorso di Lexus Europe, che mi ha permesso di volare in Germania per assistere come "ospite VIP" all'edizione 2010 della Nurburgring 24h, lo scorso Novembre ho partecipato ad un'iniziativa di AKG chiamata "AKG Expert Panel". Il produttore di cuffie austriaco, attraverso l'olandese Fortress Social Branding, ha aperto una sorta di competizione su Facebook - mediante un'apposita app - mirata alla ricerca di blogger sparsi in tutta Europa disposti a provare e recensire le nuove cuffie AKG-K551, presentate così sul sito ufficiale:
“Realizzazione di un ambiente sonoro altamente realistico.
Gli ingegneri AKG® hanno ottimizzato le cuffie K551 per un'esperienza d'ascolto completamente avvolgente. A partire dal driver da 50 mm su ciascun orecchio, queste cuffie reference class si avvalgono della tecnologia Real Image Engineering per creare un ambiente di ascolto altamente realistico e arricchito da una vera e propria sensazione di spazio tridimensionale. Eleganti e portabili, le K551 consentono di portarsi appresso un suono dalla qualità da studio di registrazione ovunque si vada. E il microfono sul cavo consente di rispondere alla telefonate che si ricevono sull'iPhone. Le cuffie K551 sono leggere e confortevoli e vantano un'eccezionale attenuazione passiva del rumore e livelli estremamente bassi di dispersione del suono. In questo modo, sarà possibile restare beati nel proprio ambiente sonoro per ore e ore.”

Si tratta di cuffie di qualità, appartenenti alla serie Reference, con un prezzo di listino (pari a circa 290€) che va ben oltre le mie scelte hi-fi, notoriamente low-cost. Bene, il 28 Novembre, mentre alla stazione di Cesena (FC) aspettavo il Regionale Veloce che mi avrebbe portato nell’opulenta Bologna, ho ricevuto una mail da parte di Alexander di Fortress Social Branding che mi informava di essere stato scelto per prendere parte all’Expert Panel di AKG, e che mi sarebbe stato spedito un paio di cuffie all'indirizzo che avrei indicato. Inutile descrivere la sorpresa e la felicità che ho provato, e l'entusiasmo col quale ho accettato di preparare una recensione approfondita da pubblicare su questo blog entro il prossimo 19 Dicembre. Mi sembrava necessario chiarire come sono entrato in possesso delle AKG per una questione di trasparenza nei confronti del lettore, garantendo che nelle righe di seguito ne verranno comunque presentati pregi e difetti con la massima onestà.


Le cuffie sono arrivate (dall’Olanda) nella giornata di Venerdì 7 Dicembre, protette da un imballo talmente voluminoso da farmi dubitare dell’effettivo contenuto dello stesso: protetta ai lati da fogli arancioni di carta appallottolata delle poste olandesi ed avvolta in un generoso Pluriball, la confezione delle K551 si è finalmente rivelata in tutto il suo sobrio, quadrato ed elegante splendore. 


La parte superiore della scatola, in total black, sembra quasi incorniciare le cuffie di colore bianco (con profili metallizzati), permettendo di apprezzarne l’eleganza attraverso un’ampia cornice trasparente, sulla quale è riportata la dicitura “Closed-back reference class headphones”. Non mancano, diametralmente opposti, i loghi di “AKG by Harman” e quelli dei prodotti Apple - iPod, iPhone ed iPad) compatibili con il telecomando inserito nel cavo delle cuffie. Sui lati della lussuosa scatola troviamo una spiegazione schematica dei comandi che è possibile impartire dal telecomando (controlli volume, accettazione di telefonate e chiusura delle stesse, riproduzione, pausa e scelta della traccia precedente/successiva), l’indicazione dei due anni di garanzia e, a spezzare l’eleganza seriosa del colore nero, una fascia di colore giallo all’estremo della quale è ben visibile la scritta “On The Go” che identifica questo prodotto, nonostante le generose dimensioni, come adatto anche all’ascolto fuori dall’ambiente domestico. 


Tecnicamente più interessante si presenta invece il lato posteriore della scatola, che presenta peculiarità e caratteristiche tecniche del modello col quale AKG ha rinnovato i fasti delle precedenti K550. Per presentare questa versione il produttore austriaco (qui la storia del marchio) pone l’accento sulla natura chiusa e sul suono arioso di queste cuffie, sulla presenza del telecomando, sul driver da 50mm utilizzato, sul peso contenuto e sul meccanismo di ripiegamento 2D-Axis, che ne permette un trasporto agevole. 

Da un punto di vista tecnico le caratteristiche delle AKG-K551 si possono riassumere con queste specifiche:
  • Impedenza 32 Ohm
  • Sensibilità 114 dB
  • Risposta in frequenza 12Hz - 28000Hz
  • Peso 305 grammi
  • Cavo di 1.2 metri

Nella parte inferiore troviamo infine il numero di serie in bella evidenza e l’inevitabile dicitura Made In China, nonostante sia specificato che il prodotto viene disegnato e progettato in Austria. 


Sollevata la parte trasparente della scatola (non senza impegno, dal momento che gli elementi sovrapposti tendono a sigillarsi l’uno con l’altro per un effetto fisico del quale non ricordo il nome), troviamo finalmente le AKG adagiate su un sottile supporto di plastica bianca, piuttosto economico: particolarmente sobrio sembra anche il cavetto delle cuffie, troppo sottile, troppo corto e di colore troppo azzurro, così come non convincono la fattura plasticosa del piccolo telecomando (i cui pulsanti agli estremi verticali possono essere premuti in una sola, specifica direzione) ed il jack da 3.5mm, che pare anch’esso meno rifinito del corrispondente elemento montato sulle K550.


Sollevate dal piano d’appoggio, le AKG-K551 trasmettono immediatamente una soddisfacente sensazione di solidità: comunque le si afferri, le cuffie rimangono immobili, ben bilanciate e caratterizzate dal profumo della simil-pelle che sa tanto di nuovo. A sostenere i trasduttori troviamo un’unica fascia metallica, sottilissima ma di larghezza generosa, regolabile su entrambi i lati senza sforzo grazie ad un sistema a scatti che prevede dodici posizioni sul lato sinistro ed altrettante su quello destro. Incollato sotto l’archetto di sostegno troviamo un’imbottitura che lo percorre per tutta la sua lunghezza, quando non esteso ai lati: il cuscinetto è piacevole al tatto, ed il suo spessore appare sufficiente ad introdurre uno spazio confortevole tra la testa dell’ascoltatore e l’archetto metallico. Il collegamento tra l’arco superiore ed i trasduttori è infine assicurato - mediante l’applicazione di una sola vite - da una sezione in materiale plastico, dalla piacevole finitura lucida: l’elemento inferiore aggancia la cuffia dal solo lato posteriore (rimanendo quindi invisibile a chi osserva l’utilizzatore) e, snodato, permette di ruotare gli altoparlanti di novanta gradi sul lato interno. 


Le cuffie, una volta indossate, avvolgono con dolcezza l’intero padiglione auricolare: l’imbottitura, realizzata in materiale sintetico di colore grigio, preme senza infastidire, realizzando quella compressione in grado di non far disperdere eccessivamente il suono all’esterno. Per testare il suono delle AKG-K551 utilizziamo un notebook Compaq 6720s, equipaggiato con il chip AD1981HD di Analog Devices e Windows Media Player 11 (senza equalizzazione attivata): l’amplificazione del segnale in uscita è invece affidata ad un amplificatore per cuffie marcato Miridiy, che utilizza un doppio canale digitale/analogico, grazie alla presenza di una valvola di tipo 6N11/ECC88.

L'ASCOLTO

Dopo un burn-in iniziale di circa tre ore, effettuato riproducendo in loop Empire dei Queensryche, il primo assaggio di pelle d’oca le AKG lo offrono con l’ascolto di It’s Not Unusual ed I’ll Never Fall In Love Again interpretate da Clare Teal (The Many Sides Of Clare Teal): a colpire in prima battuta è innanzitutto la sensazione di tridimensionalità, che avvolge l’ascoltatore con naturalezza, indipendentemente dal fatto che le note provengono da casse di tipo chiuso. La scena sonora, al contrario, è inaspettatamente vasta, circolare, con la voce in analitica evidenza e tutti gli strumenti a gravitarle attorno, con ordine e respiro. Il dettaglio si avverte nella presenza corposa degli archi, in un charleston finemente cesellato, nel duetto educato di chitarra e pianoforte, chiaramente distinguibili su piani diversi anche quando eseguono la stessa partitura. What I Am di Edie Brickell regala un altro terreno sul quale le cuffie di AKG hanno gioco facile: l’insieme riprodotto è brillante e coerente, avvolgente e tridimensionale grazie alla sensazione di trovarsi al centro di uno spazio più ampio, tipico dell’esecuzione dal vivo. Anche in questo caso alla composizione della scena sonora contribuiscono con maggiore autorità voce e chitarre/tastiere di quanto non faccia il basso, ridotto al ruolo di semplice, per quanto riconoscibile comparsa. Simile il comportamento con il nostrano Cesare Cremonini, e la sua Il Comico (Sai Che Risate): la voce del cantante di Bologna rimane in primo piano, riprodotta con precisione nasale, mentre tra gli elementi di contorno spiccano con un certo vigore archi e sonagli. 


Le mie amate Superlux HD668B (circa 30€ su eBay) attenuano la voce a favore di una sezione ritmica più corposa ed esuberante: cassa e basso sono presenti e riconoscibili, mentre perdono decisamente di brillantezza i piccoli abbellimenti che regalano vivacità alla canzone, lungo tutta la sua durata: queste cuffie economiche propongono un suono certamente meno personale, più equilibrato perchè meno analitico, incapace di cogliere la piccola finezza a favore di una fotografia dal carattere panoramico. Eyes Of A Stranger dei Queensryche nella versione riprodotta dalla Superlux è potente ma appiattita, generosa nell’elargizione delle frequenze più basse ma sostanzialmente priva di dettaglio: voci e strumenti sono salomonicamente posti su piani simili, con una resa equilibrata ma poco personale. Agli archi riprodotti da AKG nella stessa canzone manca forse un poco di presenza drammatica, ma quando tutti gli strumenti entrano in scena l’impatto di un paio di cuffie superiore è evidente: “controllo” è il termine che meglio ne descrive il carattere, a significare una certosina, infaticabile opera di smistamento delle sonorità che assegna a ciascuna il proprio spazio secondo i rapporti di forza dettati dagli ingegneri austriaci. Quello della verticalità è un ulteriore elemento che distingue una riproduzione di qualità migliore: non solo i suoni sembrano provenire da uno spazio più ampio, ma si avverte anche una sorta di gerarchia tra le fonti, che probabilmente costituisce il segreto di una resa tanto ordinata. L’impressione è quella di trovarsi al cospetto di diffusori a più vie, capaci ciascuno di riprodurre le frequenze assegnate senza sovrapporsi con le altre. Il dettaglio delle AKG è evidente nella parte finale del brano, nella quale confluiscono assoli, riff e voci provenienti da ogni direzione: gli elementi che si notano sono in numero superiore a quanto avessi avvertito fino ad ora e finalmente posso esclamare anche io di avere sentito, come capita agli audiofili di primo pelo, suoni che prima di oggi non mi erano sembrati nemmeno presenti sul dischetto argentato. 


Le K551 impongono ad ogni contenuto un approccio easy-going, refrattario ad ogni tipo di autoindotto affaticamento, e propongono un ascolto intelligente, smart, capace di ordinare le diverse sonorità su piani differenti, assegnando a ciascuna la giusta posizione all’interno di uno spazio dilatato: non solo destra e sinistra, dunque, ma anche la sensazione di elementi più vicini ed altri più discreti, con la voce e le frequenze medie che sembra dominare le scene da una posizione di assoluta centralità. Per quanto riguarda la resa della voce, in particolare, va rimarcata la capacità di queste cuffie di dare particolare vita e passione alle parti cantate, che sembrano insinuarsi piacevolmente dentro di noi, sviluppandosi da dentro, invece che provenire da due elementi elettromeccanici posti in epidermica prossimità delle nostre orecchie. L’effetto è quella di cuffie che scompaiono, alla pari dei migliori diffusori, complice un peso contenuto ed un comfort che si mantiene tale anche dopo gli ascolti più prolungati. Il reggae di Weight In Gold di Finley Quaye (28th February Road) racconta tanto circa il carattere composto ed analitico delle cuffie di origini europee: il suono del basso, che altre cuffie avrebbero esaltato con fare ruffiano ed accomodante, è qui presente per contribuire alla riuscita del brano, senza colorarlo nè esaltarlo eccessivamente. Le K551 tornano a privilegiare le frequenze medio-alte, restituendo una convincente espressività alla voce e sottolineando le note più brillanti delle chitarre acustiche, così come quelle della batteria: l’immagine è solare senza risultare scomposta, vivace senza disordine, di una maturità che appare funzionale ad una riproduzione esatta, mai incompleta, mai noiosa. Il rullante in particolare è reso con una precisione viva ed ariosa che sembra non poter appartenere ad un paio di cuffie chiuse, rendendo le AKG-K551 una scelta particolarmente adatta all’ascolto del classic rock, nel quale la nuance espressiva riveste un ruolo più importante di tempo, dinamica e ritmo. 


Le cuffie sembrano lavorare secondo le proprie regole, riluttanti agli artifici di prodotti più economici che puntano a stupire con il rischio di affaticare. Decido di metterle alla prova con l’onnipresente Gangnam Style di PSY e l’impressione è confermata: la voce del cantante coreano si appropria del primo piano, accompagnata da un tripudio di luminosissimi effetti sonori. Anche in questo caso le frequenze più basse sono presenti e facilmente distinguibili ma non “pompate”, donando alla riproduzione musicale un senso di ordinato fluire che non permette a certe frequenze di prevalere in modo disarmonico sulle altre: se poi si tenta di alzare il volume in Push And Stove dei No Doubt oltre il limite consentito, per sollecitare una resa maleducata delle frequenze più basse, le cuffie reagiscono prontamente - grazie alla buona sensibilità - ma generano un’evidente distorsione, rifiutandosi in questo modo di collaborare e distogliendo l’ascoltatore da propositi oltraggiosi. Le chitarre elettriche dei Poison in Unskinny Bop sembrano fermarsi un passo prima di dove al metallaro sarebbe piaciuto sentirle, ed anche Poison di Alice Cooper viene ricondotta - con le buone o con le cattive - ad una dimensione di disciplina collegiale, che a dir il vero non pare appartenerle. Le K551 finiscono quindi con il privilegiare una resa equilibrata, che permetta di esaltarne le doti di morbida spazialità, a discapito di quelle dinamiche: Peter Gunn di Henry Mancini e Blue Velvet di Bobby Vinton mettono a proprio agio le AKG con la netta separazione tra i canali, bassi timidi e piacevolmente fuori dal tempo ed un’attenzione romantica alla voce che affascina e racconta, prima di tutto. La vera sorpresa delle cuffie oggetto di questa recensione sta quindi nel loro carattere ordinato, più coerente con il look raffinato che con l’etichetta “on the move” incollata sul lato della scatola.

LA PROVA CON IL DAC

Per verificare il comportamento delle nuove cuffie, ho pensato di agire in due diverse direzioni: per prima cosa ho effettuato un secondo periodo prolungato di burn-in, riproducendo musica in modo continuo dalle 7 del mattino alle 23 di sera. In secondo luogo, ho modificato l’amplificazione fornita agli altoparlanti, passando dall’amplificatore ibrido al DAC NG272011 prodotto da HA INFO. Si tratta di un DAC dal prezzo accessibile che utilizza componentistica BB PCM2702E, OPA2604AP e PHILIPS BD139/BD140, del quale avevo già avuto modo di apprezzare il suono limpido e dettagliato con le altre cuffie in mio possesso (Sennheiser HD40, Teufel Aureol Massive, Panasonic RP-HTF890, House Of Marley Positive Vibration). L’adattatore jack/mini-jack inserito nell’ingresso cuffie del DAC presenta purtroppo un’incompatibilità con il jack delle AKG per cui il suono riprodotto dalle cuffie risulta praticamente inascoltabile, in quanto mix di frequenze distorte ed altre completamente mancanti. 


Trovata con precisione chirurgica, e pazienza, la giusta posizione, è finalmente possibile procedere all’ascolto: sia Six degli All That Remains che Man On The Edge degli Iron Maiden ribadiscono, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il carattere composto di queste cuffie. Il fronte sonoro è ampio e tridimensionale, la dimensione quasi live, e risulta perfino divertente scovare le differenze tra i canali, che con altri trasduttori sembrerebbero invece riprodurre gli stessi suoni. Ancora eccellente è la resa della voce, che come detto sembra originare da dentro la testa dell’ascoltatore, generando una rara sensazione di immersività: le dolenti note riguardano invece il supporto delle frequenze medio-basse, che anche in questo caso sembrano volutamente carenti, come se la musica fosse resa principalmente da alti e medi (voce e chitarre soprattutto). 


Decido allora di aiutare le AKG a colorare leggermente il suono, agendo - senza esagerare - sull’equalizzatore di Windows Media Player ed il risultato è... wow! Le cuffie reagiscono alla grande, proponendo un mix di colore e dettaglio che, per quanto meno “neutrale” (o meno audiofilo, se volete) aggiunge però qualcosa in tema di coinvolgimento, spinta e disimpegnato divertimento. Save Tonight di Eagle Eye Cherry ha ritmo e calore, il basso trionfante di Suburban Knights degli Hard-Fi si fa sentire come dovrebbe (nel frattempo sposto di qualche millimetro l’archetto sulla testa, perchè la pressione comincia a farsi sentire), I Touch Myself dei The Divinyls è oscura e sexy proprio come la intendevano gli australiani nel 1991 ed In The Name Of Metal dei Bloodbound è un insieme cattivo e melodico, descritto nella sua trascinante pienezza. Deludente rimane invece Stairway To Heaven nella versione reggae-rock dei Dread Zeppelin, a causa di un basso che da protagonista si presenta ancora confinato a semplice, per quanto chiaramente avvertibile, comparsa, riservando le luci della ribalta alla voce calda di Tortelvis, alle chitarre ed alla batteria.


Rispetto alle mie Superlux HD668B, la resa delle cuffie AKG è più verosimile e dettagliata, vibrante e respirata, coraggiosa e dinamica. Le K551, opportunamente equalizzate, sono cuffie operaie che non si limitano a svolgere il compitino e che, al contrario, sembrano sforzarsi continuamente alla ricerca di una resa e di un dettaglio di qualità superiori. Tridimensionalità, tessuto delle frequenze medie e coerenza sono tra i fattori che rendono il prodotto della Casa Austriaca facilmente riconoscibile, perchè dotato di una propria personalità. Soprattutto per questi motivi, il giudizio non può che essere globalmente positivo: le K551 rappresentano infatti un ottimo upgrade per chiunque desideri un assaggio di qualità “reference”, ad un prezzo tutto sommato accessibile. Le prestazioni, e le conseguenti soddisfazioni, che si possono ottenere con le K551 le rendono degne di considerazione, a patto che se ne tengano in debito conto le preferenze musicali: la resa di reggae, pop e rock/metal risulta infatti leggermente sbilanciata a favore della fascia più alta dello spettro, mentre i generi incentrati sulle frequenze medie (nei quali sia la prestazione vocale a farla da padrone) godranno di una resa spettacolare, trasformando l’ascoltatore da semplice spettatore a protagonista della scena. Dal punto di vista dell’hardware, le cuffie sono comode ed esteticamente riuscite, ma il peso dell’archetto di sostegno tende a farsi sentire dopo un utilizzo molto prolungato: il cavo troppo corto e sottile, il telecomando dalla finitura decisamente cheap ed il jack incompatibile con alcuni adattatori sono difetti veniali che non compromettono la qualità dell’esperienza, ma che tolgono qualche punto alla valutazione finale nella prospettiva di un utilizzo “on the go”.

PRO
  • sensazione di spazio e dettaglio
  • resa vibrante delle frequenze medie
  • comodità dei padiglioni auricolari

CONTRO
  • misura del cavetto e finitura economica del telecomando
  • incompatibilità del jack da 3,5 mm con alcuni adattatori
  • necessità di equalizzazione per diventare coinvolgenti

Voto 81/100