giovedì 5 novembre 2020

Recensione STARDUST - HIGHWAY TO HEARTBREAK

Stardust
Recensione: Highway To Heartbreak

Gli Stardust sono un gruppo di musicisti con base in Ungheria, terra dalla quale ricordo ancora l’ottimo – e leggermente più ruvido – “Time Is Waiting For No One” degli Hard (2010): gruppo anagraficamente giovane ma non di primissimo pelo, poichè la sua formazione risale al 2014, i nostri non fanno mistero di ispirarsi al rock melodico e all’AOR di stampo più classico per omaggiare le band come Def Leppard, Winger e Journey che con questa musica hanno colorato gli anni ottanta. 

Avvalendosi della collaborazione con Mark Spiro (Bad English, House of Lords, Giant) e con il chitarrista e produttore svedese Tommy Denander, il quintetto affida alla distribuzione di Frontiers un disco dal sapore tipicamente a stelle e strisce, capace di andare dritto al sodo senza inutili fronzoli né ambiziose pretese. Perfettamente a loro agio nello sganciare il primo ritornello dopo appena pochi secondi dalla pressione del tasto Play, gli Stardust dimostrano di sapere assemblare con mestiere ritmiche incalzanti ed ordinate, tastiere non troppo invasive, qualche gradevole assolo o intermezzo strumentale (“Hey Mother”) ed il cantato funzionale di Adam Stewart.

Se il quadro non vi sembra troppo eccitante è perché, in effetti, “Highway To Heartbreak” si presenta come una onesta somma di parti, ortodossa e dignitosamente derivativa (“Heartbreaker”) come sappiamo ormai realizzarle anche dalle nostre parti, prodotto con professionalità senza però che essa sia posta al servizio di un proponimento particolarmente personale, né raffinato. 

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Ascoltato con

Casse Cerwin-Vega VE 5M
Amplificatore PS Audio Sprout
DAC 24-bit/192kHz Wolfson WM8524
Cavi di segnale Sonero PureLink
Filtro Audioquest Jitterbug
Software Foobar2000 ver. 1.3.16 (WIN10 Pro / 64bit)

Recensione THE SINNER'S BLOOD - THE MIRROR STAR

Sinner's Blood
Recensione: The Mirror Star


Vengono dal Cile i Sinner’s Blood, e gran parte delle fortune del loro disco di debutto, pubblicato da Frontiers, sono affidate al talento del frontman James Robledo (The Voice Chile) ed all’esperto chitarrista Nasson, polistrumentista qui anche in veste di compositore e produttore. Che tra i due ci sia una buona chimica, e che in qualche modo si siano scelti sulla base di una visione forte e condivisa, lo si intuisce facilmente avviando l’ascolto di “The Mirror Star”, un disco che fin dalle prime battute serve sul piatto una sferzata energica ed al tempo stesso melodica di hard’n’heavy di pregevole fattura. 

Molto del dinamismo di “The Mirror Star” risiede nel riffing agile di Nasson (“Awakening”): ben supportato da una instancabile sezione ritmica, il gruppo si pone sullo stesso livello dei migliori Firewind, dei dimenticati Blackstar Halo, degli amati Sentenced nei rari momenti in cui erano in vena di fare festa (“Kill Or Die”) oppure dei connazionali e sottovalutati Six Magics

E’ soprattutto la concentrazione chirurgica degli elementi a fare intuire, da subito, la bontà del risultato: benchè essa vada a discapito di quella varietà della quale in fondo nessuno ha davvero bisogno, non serve avventurarsi oltre i primi tre o quattro episodi della playlist per capire che i Sinner’s Blood hanno ben chiaro cosa vogliono suonare, come vogliono farlo e per quali caratteristiche vogliono essere tenuti in considerazione a partire da questo 2020.

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Recensione PRIDE OF LIONS - LION HEART

Pride Of Lions
Recensione: Lion Heart


Ancor prima che melodico, il rock dei Pride Of Lions potrebbe definirsi collaudato: giunta al sesto album, la band guidata dal frontman Toby Hitchcock e dal compositore e tastierista Jim Peterik (autore di “Eye Of The Tiger” per e con i suoi Survivor) ha saputo costruirsi una solida credibilità in ormai vent’anni di attività, nel corso dei quali ha legato sempre più saldamente il proprio nome alle preferenze più orecchiabili del mercato. 

Non potrebbe quindi suonare che dolce e cadenzata questa musica, matura ed espressiva come potevano esserlo gli stessi Survivor, i Lynyrd Skynyrd più arrembanti oppure un Meat Loaf mediamente ispirato a metà degli anni ottanta. I suoni rotondi della batteria, le frequenti rifiniture elettroniche ed un’impalcatura dei brani che più classica e prevedibile non si può caratterizzano un prodotto la cui principale prerogativa sembrerebbe quella di non offendere, né impegnare eccessivamente l’ascoltatore. 

Lion Heart” è un album fatto di ripetizioni innocenti ed una insistenza ostinata sugli stessi concetti, elementi forse banali ma che gli attribuiscono – e fa quasi simpatia ammetterlo – il senso di una certa convinzione: nonostante i motivi per scrivere a casa non siano molti, nel disco si avverte effettivamente un certo orgoglio che finisce col conquistare. 

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lunedì 12 ottobre 2020

Recensione BLUE OYSTER CULT - THE SYMBOL REMAINS

Blue Oyster Cult
Recensione: The Symbol Remains


La cartella stampa singolarmente scarna approntata da Frontiers sembra fatta apposta per dirci che qui la sostanza sta altrove, perché le parole poco possono aggiungere ad una storia lunga più di cinquanta anni. E l’atteggiamento “a capofitto” col quale ci si vuole immergere tra le note di “The Symbol Remains” testimonia la freschezza e l’imprevedibilità delle quali Eric Bloom e compagni sono ancora alfieri. 

Bastano infatti pochi secondi di “That Was Me”, con il suo riff pesante e diretto, per rassicurare anche i più dubbiosi che i Blue Oyster Cult sono ancora sul pezzo, energici e convinti come non mai. A distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione di “Curse Of The Hidden Mirror”, autrice da sempre di uno stile unico e personale che fonde con intelligenza ed apparente naturalezza riff punk, intermezzi progressive e cori ammiccanti ed orecchiabili, la band di New York sembra aver azzeccato la mossa stilistica giusta già da quel 1967 che la vide venire alla luce: il mix di colori e territori mai abbandonato negli anni rimane infatti un potente marchio di fabbrica ed una citazione continua che, sfuggendo ad una catalogazione precisa, è tanto inafferabile quanto resistente alle mode ed agli umori, alle correnti ed alle eccessive sofisticazioni, suonando personale pur nella diversità delle contaminazioni. 

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venerdì 2 ottobre 2020

Recensione PERFECT PLAN - TIME FOR A MIRACLE

Perfect Plan
Recensione: Time For A Miracle


Un po’ come Svizzera/Cioccolato ed Italia/Pizza, il binomio Svezia/Rock melodico ha più volte dimostrato di funzionare a meraviglia: forti di una tradizione cantabile che affonda le sue radici nelle prime edizioni dell’Eurovision Song Contest, ancor prima della ribalta internazionale raggiunta dagli Abba, la cultura nordica ha sempre trovato ad essa congeniale la composizione di melodie semplici ed accattivanti, di richiamo universale perché distillate nelle loro forme più asettiche e pure. 

I Perfect Plan, quintetto di Örnsköldsvik (ok dai, una piccola cittadina in Svezia) al secondo disco per Frontiers dopo il fortunato “All Rise” (2018), si inseriscono dunque in un filone collaudato e fortunato, al punto che la prevedibilità del (buon) risultato può diventare essa stessa un elemento di pericolo per la godibilità del loro nuovo prodotto. 

La cadenza regolare e ferrosa della title track, unita alla prova tirata di Kent Hilli (frontman ed autentico mattatore, come si diceva una volta, nelle ballad “Fighting To Win” e “Don’t Leave Me Here Alone”), dicono anzitutto che il rock può dormire anche questa volta sonni tranquilli: il disco suona infatti pesante al punto giusto, le tastiere di Leif Ehlin riempiono i dialoghi con discrezione ed il disco mantiene lungo tutta la sua generosa durata una degna consistenza fatta di riff gradevoli ed interpretazioni credibili.

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Cuffie Superlux HD-668B
DAC LH Labs Geek Pulse (ESS9018K2M Core)
Alimentatore LH Labs Linear Power Supply
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Recensione RISING STEEL - FIGHT THEM ALL

Rising Steel
Recensione: Fight Them All


I Rising Steel sono un quintetto proveniente dalla città francese di Grenoble, già autori di un EP (“Warlord”, 2014) e protagonisti di una buona attività live che li ha visti condividere il palco con Jaded Heart, Sister Sin, Nightmare, ADX, Nashville Pussy ed Annihilator. A distanza di quattro anni dalla prima uscita sulla lunga distanza (“Return Of The Warlord” è del 2016), la band fa oggi il suo ritorno con “Fight Them All”, pubblicato da Frontiers Records con la volontà di accontentare tutti i fan delle sonorità anni ottanta, NWOBHM, hard rock e thrash metal. 

I transalpini sono infatti autori di un heavy compatto, pieno, tradizionale nelle sue strutture ma attualizzato con qualche artificio produttivo per espanderne la portata, con veloci cavalcate che spezzano il ritmo e con chorus di difficile assimilazione che oggi sembrano l’ultimo grido. 

Le soluzioni ritmiche sono sempre interessanti e la presenza di due chitarristi in formazione è spesso utilizzata per creare soluzioni d’effetto (“Steel Hammer”): se anche il dinamismo non manca, l’ispirazione all’heavy classico fa però spesso privilegiare un approccio maschio ed epico/ortodosso, complice la prestazione convinta del frontman Emmanuelson, a discapito della soluzione raffinata o dell’incastro perfetto che alla fine dell’ascolto risulteranno entrambi non pervenuti.

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DAC LH Labs Geek Pulse (ESS9018K2M Core)
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domenica 13 settembre 2020

Recensione LANDFALL - THE TURNING POINT

Landfall
Recensione: The Turning Point


Il Brasile si conferma terreno fertile per il revival hard rock del quale il mercato non sembra mai sazio: dopo le buone prove di Desert Dance o Electric Mob è ora la volta dei Landfall, band di Curitiba costruita attorno all’esperto frontman Gui Oliver (Auras) che debutta per Frontiers dopo una vita precedente spesa sotto il nome di W.I.L.D. 

L’hard proposto dai quattro è del tipo agile e scattante, melodico ma trascinante solo a tratti: le coordinate sono quelle dei Firewind meno in vena, oppure di alcune formazioni italiane perennemente alle prese con un complesso di inferiorità che le spinge a strafare per dimostrare, piuttosto che per suonare. Tornando a Oliver e compagni, non vi è davvero nulla di inascoltabile in “The Turning Point”, ma nemmeno niente che giustifichi una ricerca – Google Earth alla mano – lunga circa diecimila kilometri. 

Se è vero che alcuni intermezzi denotano un’apprezzabile sensibilità (“No Way Out”) ed il livello tecnico espresso dal disco è superiore alla media, la sensazione che rimane al recensore imbruttito al termine di ogni traccia è quella di non aver capito esattamente cosa ha ascoltato, nè perché.

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Cuffie Superlux HD-668B
DAC LH Labs Geek Pulse (ESS9018K2M Core)
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