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venerdì 18 dicembre 2020

Recensione UNRULY CHILD - OUR GLASS HOUSE

Unruly Child
Recensione: Our Glass House


Formatisi nel 1991, sciolti nel 1993 ed artisticamente resuscitati dalle amorevoli cure di Frontiers nel 2010, gli statunitensi Unruly Child hanno finalmente trovato una continuità che da allora li ha visti affacciarsi regolarmente sulle classifiche ogni due o tre anni. Ulteriormente rinvigoriti dal ritorno in formazione dei tre membri originali Marcie Michelle Free, Bruce Gowdy e Guy Allison, i cinque danno oggi alle stampe un disco di qualità e di quantità, con dodici-tracce-dodici ai quali affidano il compito di presentare un concetto di rock melodico che, fin dalle prime battute, non appare per nulla scontato. 

Se c’è una cosa che non difetta ad “Our Glass House”, infatti, questa è la personalità: lo stile dolce e spalmato dei nostri potrebbe essere una versione dei Great White attualizzata nei suoni, qui più freddi, riverberati e meccanici. Ma anche una citazione dotta degli ZZ Top. Oppure ancora il frutto di un ripensamento che trasforma il meglio dell’AOR in un connubio originale. 

Questo fortunato amalgama di melodie liquide, sonorità moderne ed una sottile inquietudine di fondo (le sirene di “Say What You Want” mi hanno ricordato l’intro di “Dr. Feelgood”) fa della “casa di vetro” un prodotto decisamente interessante, a metà tra qualcosa di immediatamente cantabile ed una colonna sonora piena ed avvolgente che può essere assorbita con la pelle, ancor prima che con le orecchie. 

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domenica 6 dicembre 2020

Recensione EAST TEMPLE AVENUE - BOTH SIDES OF MIDNIGHT

East Temple Avenue
Recensione: Both Sides Of Midnight

Chitarrista, autore, produttore e conduttore radiofonico, l’australiano Darren Philips torna a tre anni di distanza da “Volume One of The Darren Phillips Project”, accompagnato questa volta da una band – con la quale ha già pubblicato due apprezzati singoli – nella cui formazione trovano posto musicisti distribuiti tra Stati Uniti, terra dei canguri e Svezia come Dennis Butabi Borg (Cruzh) al basso, il chitarrista Philip Lindstrand (Find Me, Arkado), Herman Furin (Work of Art) alle pelli e Robbie LaBlanc (Find Me, Blanc Faces) al microfono. 

Per quanto “Both Sides Of Midnight” non possa contare su una produzione propriamente opulenta, le linee melodiche interpretate con piglio appassionato da LaBlanc sono ben supportate da cori ora languidi ora grintosamente femminili (“Forever Yours”), tastiere a profusione ed assoli di chitarra che non solo sono tecnicamente ineccepibili, ma posseggono anche quella vibrazione sexy ed ammiccante tipica degli anni ottanta nei quali questo disco aspira a farci sprofondare. 

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venerdì 13 novembre 2020

Recensione JEFF SCOTT SOTO - WIDE AWAKE

Jeff Scott Soto
Recensione: Wide Awake


Dicono che oggi le bandiere e gli attaccamenti non esistono più, nello sport come in altri ambiti nei quali sono gli interessi economici a far soffiare i venti e sbocciare/appassire gli amori. L’eccezione, tuttavia, desta sempre una forma di affetto sincero ed ammirazione convinta. E forse, dopo ben diciotto anni di sodalizio con Frontiers Music, Jeff Scott Soto potrebbe a buon titolo essere definito una eccezione ed una bandiera, così grandi sono la parte della sua carriera ad aver respirato l’aria del Bel Paese e l’affetto che lo lega ai colleghi dell’etichetta di Napoli (“my brothers and some of my sisters”, come lui stesso li definisce nella introduzione di “Holding On”). 

Artefice di un percorso consistente nella doppia veste di solista e band member, il cantante nato a Brooklyn cinquantacinque anni fa arriva oggi alla pubblicazione del suo settimo album in proprio che si avvale, per la composizione e la produzione, del contributo del nostro Alessandro Del Vecchio. Ed è un bel rock compatto e adrenalinico quello che continua ad essere proposto da Soto, dritto al punto senza perdersi in inutili manierismi. Il tipo di canzone che abita dentro a “Wide Awake” è quello che non aspetta altro che esplodere in un ritornello rotondo e corale come quello di “Lesson Of Love”: difficilmente lo si potrà definire uno schema originale, ma questa impostazione ha il pregio di una certa franchezza che finisce per contraddistinguere non solo il singolo disco, ma anche l’attitudine dei suoi esecutori. 

Inoltre la soluzione appare diretta ma mai semplicistica: per quanto la geometria di ogni traccia sia facilmente intuibile, ci sono all’angolo un allungo, un intreccio o un breve assolo a rimescolare le carte, e l’ascolto finisce sempre – complice l’esperienza lunga dei musicisti coinvolti – prima che affiori una sensazione di artificio e deja vu

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sabato 7 novembre 2020

Recensione ANGELICA - ALL I AM

Angelica
Recensione: All I Am


Lana Lane, Saraya, Bonnie Raitt e Bonnie Tyler… di queste proposte ho sempre apprezzato l’accostamento di sonorità (più o meno hard) rock ad una idea moderna, adulta ed indipendente di femminilità, che esalta le voci delle interpreti per creare una alternativa valida e credibile alla proposta di impostazione maschile. 

Angelica Rylin, singer svedese/australiana già nota come frontwoman dei The Murder Of My Sweet, appartiene al filone delle artiste in grado di imprimere al disco un proprio carattere, che in “All I Am” è fatto di melodie dolci ed accomodanti, atmosfere accoglienti, suoni moderni ed una generale ascoltabilità che ne permea ogni istante. 

Dalle armonie accattivanti di “Time And Space” ai cori brillanti di “A Pounding Heart” e quelli più burrosi di “Angel”, questa nuova uscita di Frontiers troverà facili estimatori negli amanti di un rock quadrato e regolare, dall’incidere lineare e dall’ascolto facile facile, di quello crepuscolare che avvolto nei colori e nei sonni della sera sembra uscire dalle casse con fare ancora più sinuoso ed elegante.

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giovedì 5 novembre 2020

Recensione STARDUST - HIGHWAY TO HEARTBREAK

Stardust
Recensione: Highway To Heartbreak

Gli Stardust sono un gruppo di musicisti con base in Ungheria, terra dalla quale ricordo ancora l’ottimo – e leggermente più ruvido – “Time Is Waiting For No One” degli Hard (2010): gruppo anagraficamente giovane ma non di primissimo pelo, poichè la sua formazione risale al 2014, i nostri non fanno mistero di ispirarsi al rock melodico e all’AOR di stampo più classico per omaggiare le band come Def Leppard, Winger e Journey che con questa musica hanno colorato gli anni ottanta. 

Avvalendosi della collaborazione con Mark Spiro (Bad English, House of Lords, Giant) e con il chitarrista e produttore svedese Tommy Denander, il quintetto affida alla distribuzione di Frontiers un disco dal sapore tipicamente a stelle e strisce, capace di andare dritto al sodo senza inutili fronzoli né ambiziose pretese. Perfettamente a loro agio nello sganciare il primo ritornello dopo appena pochi secondi dalla pressione del tasto Play, gli Stardust dimostrano di sapere assemblare con mestiere ritmiche incalzanti ed ordinate, tastiere non troppo invasive, qualche gradevole assolo o intermezzo strumentale (“Hey Mother”) ed il cantato funzionale di Adam Stewart.

Se il quadro non vi sembra troppo eccitante è perché, in effetti, “Highway To Heartbreak” si presenta come una onesta somma di parti, ortodossa e dignitosamente derivativa (“Heartbreaker”) come sappiamo ormai realizzarle anche dalle nostre parti, prodotto con professionalità senza però che essa sia posta al servizio di un proponimento particolarmente personale, né raffinato. 

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venerdì 2 ottobre 2020

Recensione PERFECT PLAN - TIME FOR A MIRACLE

Perfect Plan
Recensione: Time For A Miracle


Un po’ come Svizzera/Cioccolato ed Italia/Pizza, il binomio Svezia/Rock melodico ha più volte dimostrato di funzionare a meraviglia: forti di una tradizione cantabile che affonda le sue radici nelle prime edizioni dell’Eurovision Song Contest, ancor prima della ribalta internazionale raggiunta dagli Abba, la cultura nordica ha sempre trovato ad essa congeniale la composizione di melodie semplici ed accattivanti, di richiamo universale perché distillate nelle loro forme più asettiche e pure. 

I Perfect Plan, quintetto di Örnsköldsvik (ok dai, una piccola cittadina in Svezia) al secondo disco per Frontiers dopo il fortunato “All Rise” (2018), si inseriscono dunque in un filone collaudato e fortunato, al punto che la prevedibilità del (buon) risultato può diventare essa stessa un elemento di pericolo per la godibilità del loro nuovo prodotto. 

La cadenza regolare e ferrosa della title track, unita alla prova tirata di Kent Hilli (frontman ed autentico mattatore, come si diceva una volta, nelle ballad “Fighting To Win” e “Don’t Leave Me Here Alone”), dicono anzitutto che il rock può dormire anche questa volta sonni tranquilli: il disco suona infatti pesante al punto giusto, le tastiere di Leif Ehlin riempiono i dialoghi con discrezione ed il disco mantiene lungo tutta la sua generosa durata una degna consistenza fatta di riff gradevoli ed interpretazioni credibili.

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martedì 25 agosto 2020

Recensione DUKES OF THE ORIENT - FREAKSHOW

Dukes Of The Orient
Recensione: Freakshow

Il progetto Dukes Of The Orient nasce dalla collaborazione tra il vocalist britannico John Payne (ex-ASIA, GPS) ed il polistrumentista statunitense Erik Norlander (Last in Line, Lana Lane, Rocket Scientists) e costituisce una ideale continuazione dell’esperienza che i due artisti hanno avviato negli Asia Featuring John Payne, costola degli ASIA nata in seguito alla decisione del loro tastierista Geoff Downes di riformare la line-up originale. 

Abbandonato ogni esplicito riferimento agli ASIA come segno di rispetto in seguito alla scomparsa del cantante John Wetton, Payne e Norlander hanno dato un nuovo nome alla loro formazione e contemporaneamente tracciato la via di un AOR di respiro internazionale, reso ancora più originale da una spruzzata di Prog atlantico. 

Nonostante una intro che difficilmente si potrebbe definire scoppiettante, “Freakshow” non impiega molto a scoprire le sue carte: il disco nato sulle due sponde dell’oceano è una collezione di strutture mature e flessibili, sulle quali viene naturale innestare chorus tranquilli, interventi di tastiera a là Marillion, qualche nota di sassofono ed alcuni timidi accenni di chitarra rock.

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lunedì 10 agosto 2020

Recensione LIONVILLE - MAGIC IS ALIVE

Lionville
Recensione: Magic Is Alive

Formati a Genova dieci anni orsono dai fratelli Stefano ed Alessandro Lionetti, i Lionville giungono con “Magic Is Alive” alla pubblicazione del quarto album (il secondo per Frontiers), forti dei consensi raccolti dalle uscite precedenti e di un cantante – lo svedese Lars Säfsund (Work Of Art, Enbound) – in grado di proiettare immediatamente la band in un contesto ancora più internazionale. 

La via italo-svedese al rock melodico tracciata dai Lionville è dolce e sinuosa, corale e matura, solida e ragionevolmente prevedibile come gli amanti di queste sonorità chiedono. 

Grazie ad alcuni arrangiamenti che rifuggono le soluzioni troppo semplici, “Magic Is Alive” è sì ortodosso in tutti i suoi aspetti AOR – dai ritornelli ai suoni – ma mai banale: ogni brano presenta infatti una piccola virata inaspettata, un ricamo complesso oppure un’improvvisa accelerazione che lo rende se non unico, almeno in grado di comunicare una voglia di farcela superiore alla media.

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martedì 4 agosto 2020

Recensione ARCTIC RAIN - THE ONE


Arctic Rain
Recensione: The One




C’è sempre una certa curiosità nell’apprestarsi ad ascoltare una nuova uscita di rock scandinavo: il nostro cervello ragiona per schemi mentali e, sempre attirato dalla possibilità di risparmiare preziose energie affidandosi ai ricordi, l’accostamento di queste latitudini a canzoni patinate ed eleganti ci coccola, culla e rassicura. 

Se gli Arctic Rain siano davvero una rock sensation è difficile dirlo, il pedigree è tutto sommato scarno e lo stile certamente derivativo (Whitesnake, Mr Big, Foreigner, Talisman, Def Leppard, TOTO, Treat, Dokken, White Lion e Journey sono i tanti nomi citati dalla band, giusto per darci un’idea), e se nell’idea di “sensazione” infiliamo anche la speranza di un timido sussulto, beh, di questo su “The One” non c’è traccia. 

Pomposo e scorrevole, levigato e brillante, il disco di debutto del quintetto nordico ha però il pregio di copiare con gusto, affidandosi ora a ritmiche incalzanti (“Give Me All Of Your Love” ed ancora più “Breakout”) ed ora alla carica inesauribile del suo singer Tobias Jonsson.


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mercoledì 22 luglio 2020

Recensione TOKYO MOTOR FIST - LIONS


Tokyo Motor Fist
Recensione: Lions



Artisticamente “figli” di Danger Danger e Trixter, band di provenienza dei due musicisti a capo del progetto, i Tokyo Motor Fist rappresentano un sodalizio artistico che, ancor prima di cominciare a mettere in fila le note, corona un’amicizia lunga una vita: seppure impegnati in carriere diverse, Ted Poley (voce) e Steve Brown (chitarra, cori e tastiere) hanno sempre accarezzato il sogno di produrre musica insieme, e “Lions” rappresenta il secondo passaggio di un percorso che a questo sogno ha saputo – fin dal debutto del 2017 – dare ammirabile concretezza. 

Nei Tokyo Motor Fist ci sono la sofisticazione dei Def Leppard, le cotonature degli ottanta americani, i cori dolci e le malinconie credibili, a formare un quadro che restituisce una curiosa solidità al concetto di “melodico”. 

L’approccio bilanciato dell’album consente infatti alle sue sonorità rotonde di mantenere una venatura piacevolmente grezza, vuoi per l’interpretazione appassionata di Poley vuoi per arrangiamenti squadrati da assimilare al primo ascolto.

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martedì 19 maggio 2020

Recensione FM - SYNCHRONIZED


FM
Recensione: Synchronized




Fondati a Londra nel 1984 e giunti al debutto discografico appena due anni più tardi, gli FM non hanno da allora mai più perso lo scettro di alfieri del rock melodico britannico: ben rodati on the road al seguito di Tina Turner, Foreigner, Gary Moore e Bon Jovi, Steve Overland e compagni hanno saputo – con pari autorevolezza – marcare il territorio europeo e fare sentire la propria ingombrante assenza, nel lungo periodo che a cavallo dei due secoli li ha visti lontani dalle scene. A due anni dall’ottimo “Atomic Generation” il quintetto aggiunge dunque un ulteriore tassello alla seconda giovinezza che ha incarnato dal comeback del 2007, e lo fa all’insegna della sincronia, dell’unisono, della contemporaneità. 

Se penso ad un gruppo al suo dodicesimo album, ed al senso che ciascuna sua nuova uscita riesce a mantenere nel cuore di pubblico e critica, non posso che ammirare la serenità del rapporto che questi artisti hanno saputo instaurare con lo scorrere delle ore: un accordo alla Dorian Gray che oggi rinsaldano con il basso sexy e poderoso della title track, con la dolcezza senza tempo di “Ghosts Of You And I” e con le tastiere eleganti di Jem Davis. Preziosità ben contestualizzate, artifici di spiazzante spontaneità e parti di un tutto che nelle mani degli FM rappresenta la quintessenza del rock melodico, il suo distillato più pulito, la sua forma più ricercata ed armoniosa. 

Il vento tra i capelli di “Superstar” e le onde di “Broken” confermano l’abilità di dare struttura e credibilità al sogno: dove i trentasei anni di carriera si sentono tutti è nella capacità di suonare melodici eppure compatti, dolci ma non melliflui, di rockeggiante scioglievolezza grazie ad assoli sanguigni che tratteggiano una leggerezza di sostanza continentale (“Change For The Better”) ed infondono personalità, anche agli episodi più derivativi (“Best Of Times”).

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lunedì 18 maggio 2020

Recensione DENNIS DEYOUNG - 26 EAST, VOLUME 1


Dennis DeYoung
Recensione: 26 East, Volume 1



Parte di un viaggio autobiografico che si preannuncia spalmato da Frontiers Records su due uscite, “26 East” è l’album con il quale Dennis DeYoung, membro fondatore degli Styx, racconta una carriera che lo ha visto abbandonare le umili origini di Chicago per proiettarsi – dalla fine degli anni settanta – nell’Olimpo del rock. 

Fin dalle prime note, l’impressione è anzitutto quella di trovarsi al cospetto di un grande spettacolo, nel suo senso più teatrale e tradizionale: ci sono spazi e buon passo, cori alla Rocky Horror Picture Show e quell’incidere cadenzato e compassato che associamo al rock felice della sua maturità. Divertire divertendosi sembra essere il filo conduttore dell’opera, che tra dialoghi strumentali tra musicisti, originali inserti neoclassici ed una attitudine generalmente brillante accompagna in un ascolto colorato, pomposo, rotondo. 

Complice la durata sostanziosa di ciascuna traccia, “26 East” è un insieme di suggestivi affreschi, piuttosto che una successione di orecchiabili ritornelli: sotto l’apparente semplicità del suo richiamo melodico (“You My Love” ed “Unbroken” riescono ad essere belle perfino nella loro banalità), il disco nasconde arrangiamenti complessi, soluzioni inaspettate e quella caratteristica – propria del mercurio intrappolato nei termometri di una volta – che vede i suoi tempi dilatarsi tanto più aumenta la temperatura dell’esecuzione.

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martedì 10 marzo 2020

Recensione BLUE OYSTER CULT - HEAVEN FORBID

Blue Oyster Cult
Recensione: Heaven Forbid




Che i Blue Oyster Cult rappresentino un asset decisamente importante nel catalogo di Frontiers Records lo dimostra il numero di uscite dedicate alla band americana che si sono succedute nel corso di poche settimane. Heaven Forbid, nel caso specifico, è il tredicesimo album in studio degli statunitensi, uscito originariamente nel 1998 ed affidato per questa ristampa alla cura – ed alla rimasterizzazione – di Alessandro Del Vecchio in quel di Varese. 

Questa riedizione permette di portare nuovamente sotto ai riflettori un disco che, per il dinamismo arrembante delle sue soluzioni, suona del tutto attuale, complici anche l’ottima opera di assemblaggio da parte del produttore originale Donald “Buck Dharma” Roeser ed il contributo ai testi reso dall’autore di fantascienza John Shirley

Della natura di “rock per intellettuali” che identifica tutta la discografia dei Blue Oyster Cult avevo recentemente avuto occasione di scrivere nel corso della recensione di Hard Rock Live Cleveland 2014: ciò che Heaven Forbid aggiunge a quella valutazione è una straordinaria sensazione di freschezza ed accessibilità (X-Ray Eyes), caratteristiche che costituiscono un biglietto da visita ottimale per avvicinare vecchi e nuovi adepti a queste sonorità piacevolmente riff-oriented.


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martedì 25 febbraio 2020

Recensione HARDLINE - LIFE LIVE


Hardline
Recensione: Life Live


Leggendo le vicende artistiche dei fratelli Johnny e Joey Gioeli (nati rispettivamente Giovanni Giuseppe Baptista e Giuseppe Giovanni Antonio Gioeli) ci si imbatte in Poison, Van Halen, Slaughter, Bad English… quasi a testimoniare la capacità di entrambi, una volta lasciata la Pennsylvania per cercare fortuna ad Hollywood, di respirare ininterrottamente rock intrecciando le proprie storie con quelle di chi negli Stati Uniti ha costruito la storia di questo genere. 

Tra scioglimenti e successive reunion, cambi di formazione che dal 1992 hanno visto alternarsi una ventina di musicisti, incontri fortuiti e vicende sentimentali, Johnny Gioeli ha posto le fondamenta di una band, gli Hardline, nella quale la componente statunitense si è ormai ridotta alla sola presenza del suo cantante: ad accompagnarlo oggi così come in occasione del Frontiers Rock Festival 2019 è infatti una formazione di energici e competenti musicisti italiani, un’opportunità che certamente deriva dalla posizione conquistata dall’etichetta di Napoli sulla scena hard rock mondiale.

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martedì 21 gennaio 2020

Recensione MICHAEL THOMPSON BAND - HIGH TIMES, LIVE IN ITALY


Michael Thompson Band
Recensione: High Times – Live In Italy



Prosegue con regolarità la pubblicazione di live da parte di Frontiers, un’operazione con la quale l’etichetta di Napoli non solo valorizza ulteriormente il proprio capitale artistico, ma che permette agli appassionati di cogliere alcuni dei loro artisti preferiti in una dimensione (per alcuni) inedita, un filo più sanguigna e diversamente sofisticata. 

Si tratta di un proposito specialmente interessante se si considera il genere che la label presidia: se molte delle sue uscite si caratterizzano per pulizia formale, rotondità dei suoni e generale compostezza, l’espressione dal vivo può beneficiare di un approccio diretto che rende queste uscite una sorta di spin-off – come nicchia nella non più nicchia – della serie regolare

Introdotto dalle note calde della chitarra dello stesso Michael Thompson, chitarrista statunitense le cui collaborazioni spaziano da Madonna a Michael Jackson, passando per Joe Cocker e Gianluca Grignani, Live In Italy è un disco misurato ed ammiccante che atterra nella “pretty fucking hot” Milano (“Secret Information”) con un pezzetto di sole californiano in valigia.

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domenica 12 gennaio 2020

Recensione SAINTS TRADE - TIME TO BE HEROES


Saints Trade
Recensione: Time To Be Heroes



Quando arrivi dalla provincia, Bologna ti sembra la Nuova York di Woody Allen. Frotte di studenti con la fame di vita dipinta sul volto, turisti cinesi in piazza Maggiore attratti da tutto, coppie di anziani che discutono animatamente mentre passeggiano tenendosi per mano, mattoni rossi baciati dal sole ed un onnipresente profumo di sugo al ragù, che ti fa sentire a casa mentre gli aerei solcano il cielo, così vicini che non serve nemmeno Flightradar per capire da dove arrivano, o dove vanno. 

Nonostante i problemi che affliggono ogni grande città, come i piccioni, Bologna ti regala un’iniezione di vitalità che rende – fosse anche solo per un istante di spregiudicata illusione – ogni cosa più vicina e possibile. Bologna si traveste da piccola per farti sentire grande, ti ammaestra, e così diventa più tua (Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry, 1943). 

Culla morbida di cantori e cantautori, il capoluogo emiliano è però anche un centro di sale prove, club e band votati alle tante forme del rock: dal death metal degli Electrocution al rock melodico dei Saints Trade, a Bologna la musica è il dado (ma non nominatelo nemmeno, da quelle parti) buono per insaporire qualsiasi giornata.

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domenica 5 gennaio 2020

Recensione BLADE CISCO - EDGE OF THE BLADE

Blade Cisco
Recensione: Edge Of The Blade


Il fatto che una band pubblichi il fatidico album di debutto a distanza di dodici anni dalla propria formazione non è certamente né necessariamente sinonimo di qualità, ma testimonia se non altro il fatto che questi ragazzi hanno saputo dare un senso – in termini di esperienza umana ed artistica – all’attesa. E poiché vengono da una zona dove nella maggior parte dei casi il concetto di “stagionatura” è percepito come portatore di uno straordinario valore aggiunto, dai Blade Cisco ci si può aspettare qualsiasi cosa, tranne che una prova acerba o affrettata. 

Coprodotto da Michele Luppi (Whitesnake, Vision Divine, Killing Touch, Secret Sphere), amico di lunga data nonchè ex-bassista del quintetto emiliano, Edge Of The Blade è anzitutto pulito e levigato, fortemente votato a sostenere le sue linee vocali e supportato da una produzione razionale, che mantiene le sonorità distinte senza pregiudicare la riuscita armonica dell’insieme. 

Il timbro della voce di Andrea Zanini è graffiante quanto basta per conferire alle strofe un tocco glocal che sembra voler invitare Journey, Foreigner, Night Ranger, Styx, Magnum, Def Leppard e FM a visitare Reggiolo (siamo in terra di Ligabue, Steve Rogers Band e Vasco) e che contribuisce a fare di Edge Of The Blade un prodotto con una sua rugosa personalità (“Foolin’ Myself”), invece che l’ennesimo interprete di un sogno cotonato che da queste parti no, non l’abbiamo mai vissuto.

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giovedì 12 dicembre 2019

Recensione LOVEKILLERS - LOVEKILLERS

Lovekillers
Recensione: Lovekillers

Ho sempre trovato molto interessante il concetto calcistico secondo il quale “sono le punte a far giocare bene o meno bene una squadra”. Lo ricordava spesso Osvaldo Bagnoli, ex allenatore di quel Verona del 1985, per ricordare quanto i processi vincenti fossero quelli in cui ogni passaggio era pensato in funzione del risultato finale. 

Per chi ascolta musica il goal può coincidere con un ritornello ben fatto, con un arrangiamento originale, con una produzione cristallina che esalti il nostro senso estetico. Si potrebbe quindi affermare che un disco riuscito, dal punto di vista di ciascuno di noi, sia quello che si propone di perseguire una finalità che il nostro gusto condivide, impiegando tutte le risorse a disposizione a favore di essa. 

E’ una considerazione ben poco romantica, evidentemente, così come è evidente che l’espressione musicale – dal vivo o registrata – coincide con un prodotto che volente o nolente deve misurarsi – senza necessariamente svilire la propria arte – con le regole di un mercato fatto di domanda ed offerta.

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martedì 10 dicembre 2019

Recensione EDGE OF FOREVER - NATIVE SOUL

Edge Of Forever
Recensione: Native Soul


Una line-up rinnovata che è anche una sorta di dream team dell’hard rock italiano (attingendo da Secret Sphere, Labyrinth ed i naturalizzati Hardline), collaborazioni eccellenti lungo una storia ormai ventennale ed il “pedigree lungo un kilometro” (Il Grande Lebowski, 1998) di Alessandro Del Vecchio sono, in un momento in cui raccontiamo tutti e di tutto per liste, i punti che anticipano il nuovo frutto del collaudato e sfaccettato sodalizio tra il talentuoso musicista/produttore e Frontiers Records

Si dice che bisogna ricercare proprio il talento, prima ancora dell’esperienza, e se non vi è dubbio che in Native Soul ne sia stato riversato a profusione, il motivo di interesse sta però nel capire come sia stato effettivamente impiegato nel corso degli undici brani che lo compongono. Al momento di avviare l’ascolto ci sono quindi palpabile attesa, aspettativa alta e benevola curiosità per un prodotto, spoileriamo alla grande, con tutte le carte in regola per giocarsela sul piano internazionale.

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Ascoltato con
Cuffie Superlux HD-668B
DAC LH Labs Geek Pulse (ESS9018K2M Core)
Alimentatore LH Labs Linear Power Supply
Filtro Audioquest Jitterbug
Software Foobar2000 ver. 1.3.16 (WIN10 Pro / 64bit)

sabato 17 agosto 2013

Recensione FIND ME - WINGS OF LOVE



Tra i maggiori e più segreti vanti della scena discografica italiana, la Frontiers Records è un'etichetta discografica specializzata in hard & heavy, pop metal ed AOR nata a Napoli nel 1996, per volontà del vulcanico Serafino Perugino: divenuta un autorevole punto di riferimento in tutto il mondo nell'ambito di questi generi, alla Frontiers si deve una produzione mirata e di altissimo livello qualitativo, nonchè un'attività culturale/storiografica che consiste (anche) nel riportare sulle scene ottime band che in molti consideravano ormai avviate sul viale del tramonto. A Serafino va riconosciuto quindi il merito non solo di aver risollevato le sorti musicali di un intero genere, ma anche di aver creato un polo creativo internazionale del rock melodico attorno al quale le band - un po' come succedeva agli aitanti tronisti a casa di Lele Mora, qui solo con finalità più nobili - si ritrovano e nuove collaborazioni fioriscono. I Find Me rappresentano il più recente frutto di queste collaborazioni e vedono congiungersi sotto il loro monicker i percorsi artistici di Daniel Flores (esperto produttore e musicista svedese, già al lavoro sull’album dal 2011) e Robbie LeBlanc (cantante dei Blanc Faces), a loro volta supportati sulle tracce di Wings Of Love da una serie di ospiti eccellenti  provenienti da band del calibro di Eclipse, Hardline e Vega. La collaborazione transatlantica viene descritta come un labour of love, per il quale sono state scelte con cura le canzoni, individuati con attenzione i musicisti, bilanciati gli arrangiamenti e definito con dettaglio maniacale il suono, affinchè questo debutto potesse divenire un omaggio ai nomi sacri dell’AOR e del rock melodico (Journey, Foreigner, Def-Leppard) ed allo stesso tempo un instant classic, grazie al talento dei musicisti coinvolti nel progetto. E’ davvero un piacere constatare, sin dalle prime note di Road To Nowhere, che Wings Of Love non si risparmia pur di mantenere la promessa: la musica dei Find Me suona immediatamente ricca e rifinita, melodica ed energica, credibile nella cura con la quale ripropone, servendosi delle sonorità tipiche del genere (suoni elettronici di tastiera, batteria rotonda, cori aperti), i migliori canoni del genere. La canzone possiede drive, tiro, focus, esaltati da ritmiche non banali, in grado di apportare modernità senza snaturare lo spirito alla base della collaborazione nè tradire le aspettative degli ascoltatori. Il disco è un insieme coeso di attacchi potenti e mid-tempo ben assemblati, all’interno dei quali soprattutto gli over-trenta si sentiranno cullati e protetti, raggomitolandosi come nel comfort di casa: i crescendo, gli stacchi ed i riff sembrano aver tutti subito una cura attualizzante e gentile, che senza sacrificare la melodia dona loro una complessità contemporanea (del tipo ascoltato ed apprezzato negli ultimi The Poodles), un’articolazione intelligente ed un’interpretazione appassionata eppure fresca, elementi sufficienti a conferire una forte personalità a quanto proposto. Il modo in cui tutti gli ingredienti coesistono, tra instancabili successioni di accordi ed orecchiabili sortite di tastiera, contribuisce a dare l’idea che, canzone dopo canzone, tra i solchi digitali di Find Me succeda sempre qualcosa di interessante: a Frontiers va quindi ascritto il grande merito di aver non solo favorito l’incontro di due musicisti con i relativi talenti, ma anche di aver consolidato una chimica (o almeno l’illusione discografica della stessa) che appare evidente, tangibile, sin dal primo ascolto. 




Nonostante qualche leggerezza romantica tipica del genere (Unbreakable, Wings Of Love), gli episodi di Wings Of Love suonano tutti vissuti e partecipati, grazie all’ottima interazione tra la parte strumentale e l’interpretazione di LeBlanc (Your Lips, anche in versione acustica), pulita e professionale - alla Chris Ousey - ma non fintamente scolastica. Senza voler formulare una critica in senso stretto, va però evidenziato come Flores e LeBlanc tendano a riprodurre per l’intero corso del disco la magia della loro formula: una bellissima e collaudata ripetitività, potremmo definirla, che prevede una sostanziale riproposizione nella struttura dei brani, nei tempi cadenzati delle ritmiche e negli avvolgenti cori. Una qualità così omogenea, il cui peso si accumula minuto dopo minuto, rischia paradossalmente di addormentarne le virtù agli occhi (o, per meglio dire, alle orecchie) dell’ascoltatore, sacrificando una maggiore sensazione di atmosfera e tridimensionalità - che avrebbe valso a questo ascolto un voto ancora più alto - in nome di un impegno che non sembra conoscere pause nè stanchezze: come diretta conseguenza di una simile continuità, probabilmente necessaria a ribadire gli intenti stilistici di una formazione all’esordio, differenze e nuove sollecitazioni andranno ricercate piuttosto nei dettagli, nel piglio dell’approccio (più maschio e deciso in One Soul, ad esempio) o nella tecnica di un assolo di tastiera, allungando la longevità di Wings Of Love e facendone un prodotto ancora da scoprire dopo numerosi ascolti. Da un punto di vista produttivo, il disco propone un suono soprattutto ordinato, senza particolari scintille: gli strumenti rimangono facilmente individuabili anche nei momenti più partecipati, complice un’intelligente separazione stereofonica che previene eccessive congestioni, con una sensazione di equilibrio e bilanciamento che sottolinea l’intesa corale piuttosto che uno slancio del singolo accuratamente evitato, con la possibile esclusione dei brevi & trascurabili assoli offerti dalle sei corde dei musicisti ospiti (Christopher Vetter, Daniel Palmquist e David Sivelindt). Find Me è un esordio che suona maturo e completo, costruito su solide esperienze che gli forniscono un trampolino ad maiora, piuttosto che un trono sul quale riposare compiaciuto: sotto l’egida di Frontiers, la collaborazione tra Flores e LeBlanc trova una sintesi che si traduce in musica senza adulterazione, in puro slancio, a suggellare il frutto lineare di una passione comune - quella per un rock gradevole e ben suonato - che, grazie ad uscite di questo spessore, non pare proprio voler passare di moda.

[7]

Melodic Rock, 2013

Frontiers Records

Tracklist:
  1. Road To Nowhere
  2. Another World
  3. Dancing To A Broken Heartbeat
  4. Eternally
  5. Firefight
  6. On The Outside
  7. One Soul
  8. Powerless
  9. Bottom Of My Heart
  10. Unbreakable
  11. Wings Of Love
  12. Your Lips
  13. Your Lips (Acoustic Version)
Line-up:

Robbie LaBlanc (Voce)
Daniel Palmquist (Chitarra)
Jonny Trobro (Basso)
Daniel Flores (Batteria, Tastiere)