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venerdì 10 luglio 2020

Recensione BLOODY HEELS - IGNITE THE SKY


Bloody Heels
Recensione: Ignite The Sky



Ritmata, incalzante, corale: potremmo descriverla così la proposta dei lettoni Bloody Heels, il cui primo disco stampato da Frontiers Records – successore dell’EP Summer Nights (2014) e dell’album di debutto Through Mystery (2017) – corona un cammino relativamente lungo ed articolato che ha mosso i suoi primi passi nella capitale Riga. 

Fatto di continue pause e ripartenze, “Ignite The Sky” sembra davvero possedere il potere di accendere il cielo, tanto i suoi frequenti stacchi convogliano e distribuiscono energia scandita con precisione, cantata con vigore da Vicky White ed impreziosita da assoli (anche) tecnici che danno alla proposta dei quattro un piacevole tocco old style

E così succede di scoprire un hard rock improprio, nel quale elementi classici sono accostati in modi originali, fatto di elementi chiaramente distinti ed in un certo senso decostruito, moderno nella suo disinteresse verso una fluidità facile, autenticamente baltico in una passione ricercata attraverso matematica ed accostamenti meccanici, piuttosto che melodie struggenti.

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giovedì 14 maggio 2020

Recensione SOULS OF TIDE - BLACK MAGIC


Souls Of Tide
Recensione: Black Magic




Vengono dall’antica città di Hamar in Norvegia, hanno alle spalle esperienze di stampo rock e metal e hanno deciso, con il progetto “Souls Of Tide”, di dare nuovo smalto alle sonorità di Deep Purple, Led Zeppelin, Black Sabbath e The Doors: questo in sintesi è il percorso di sei musicisti che, dopo il debutto discografico sulla lunga distanza avvenuto nel 2016 con “Join The Circus”, tornano a far parlare di sé con questo nuovo “Black Magic”. 

Il disco è innanzitutto brillante, arioso e dinamico: non siamo insomma di fronte ad una rivisitazione pretenziosa, ad un intervento con velleità archeo-culturali o ad una comoda scopiazzatura di brani famosi o riesumate B-side. Al contrario, quello dei “Souls Of Tide” è un rock estremamente radiofonico e moderno, al quale le tastiere di Kjetil Banken (“Firegirl”) ed il lusso contemplativo di certi interventi chitarristici aggiungono, se non proprio un’ulteriore dimensione, almeno quel non so che di sciccoso che a volte fa perfino scalare la classifica. 

In “Morning Star” e “Evening Star”, solo per citarne un paio, ci sono freschezza ed attitudine, e pure quel drive scandinavo alla D-A-D che trascina ma in modo un po’ provinciale e disincantato, con la stessa pallida credibilità di un poliziesco in stile nordic noir.

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giovedì 19 marzo 2020

Recensione RETURN - V REMASTERED

Return
Recensione: V-Remastered



Formati all’inizio degli anni ottanta da Knut Erik Østgård (voce), Steinar Hagen (chitarra), Tore Larsen (basso) e Øyvind Håkonsen (batteria) ed ispirati da Thin Lizzy, Iron Maiden e Police, ai norvegesi Return bastò la pubblicazione di un solo album (To The Top) per attrarre l’attenzione della major CBS, per la quale avrebbero successivamente inciso Attitudes (1988), Straight Down The Line (1989) e Fourplay (1991). 

Con V, uscito per EMI Norway, i quattro si proposero di dare alle stampe un album che suonasse ancora più vario, americano ed internazionale: un proposito realizzato, ma che non fu sufficiente a resistere all’ondata grunge che – anche in Scandinavia – avrebbe di lì a pochi mesi reso la vita parecchio difficile a generi più scanzonati come l’AOR. 

Sono passati ormai trent’anni da quel quinto album del 1992, anno in cui la Danimarca battè la Germania 2-0 e vinse inaspettatamente il campionato Europeo di calcio (“A Danish fairy tale”, si leggeva nella pubblicità della birra Carlsberg), ed il fatto che nell’ambito del rock melodico non si sia da allora assistito a particolari scossoni stilistici rende remaster e riedizioni delle opzioni appetibili e facilmente praticabili da band ed etichette.

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mercoledì 18 marzo 2020

Recensione DEADRISEN - DEADRISEN


Deadrisen
Recensione: Deadrisen



Deadrisen arrivano freschi freschi dalla East Coast degli Stati Uniti e sono una creatura di Rod Rivera e Mike LePond: il primo è un chitarrista con oltre trent’anni di esperienza sulle scene del Christian Metal (molti dei quali passati in sodalizio con il singer Johnny Bomma) mentre LePond è, senza dover aggiungere altro, il bassista dei piro-e-tecnici Symphony X. 

E’ la dichiarata volontà di fondere tra loro diverse influenze, che spaziano dal flamenco alla musica mediorientale, passando per heavy metal anni settanta/ottanta e hard rock, che rende interessante questa nuova proposta: un obiettivo ambizioso e sicuramente alla portata di musicisti navigati, ma che normalmente richiede un lavoro di cesellatura finissimo – di diplomazia stilistica se non di attento riordino, alla Marie Kondo – per portare a risultati originali e dalla chiara, sostenibile identità. 

E non si può certo dire che i Deadrisen, impegnati in questo tipo di ricerca, abbiano intenzione di menare il proverbial can per l’aia: pagato il dazio della cinematografica intro, il mi presento di rito (Tapparella, Elio e Le Storie Tese, 1996) è costituito da un assalto programmatico di chitarre e batteria che non concede alcuno spazio all’immaginazione.


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martedì 10 marzo 2020

Recensione BLUE OYSTER CULT - HEAVEN FORBID

Blue Oyster Cult
Recensione: Heaven Forbid




Che i Blue Oyster Cult rappresentino un asset decisamente importante nel catalogo di Frontiers Records lo dimostra il numero di uscite dedicate alla band americana che si sono succedute nel corso di poche settimane. Heaven Forbid, nel caso specifico, è il tredicesimo album in studio degli statunitensi, uscito originariamente nel 1998 ed affidato per questa ristampa alla cura – ed alla rimasterizzazione – di Alessandro Del Vecchio in quel di Varese. 

Questa riedizione permette di portare nuovamente sotto ai riflettori un disco che, per il dinamismo arrembante delle sue soluzioni, suona del tutto attuale, complici anche l’ottima opera di assemblaggio da parte del produttore originale Donald “Buck Dharma” Roeser ed il contributo ai testi reso dall’autore di fantascienza John Shirley

Della natura di “rock per intellettuali” che identifica tutta la discografia dei Blue Oyster Cult avevo recentemente avuto occasione di scrivere nel corso della recensione di Hard Rock Live Cleveland 2014: ciò che Heaven Forbid aggiunge a quella valutazione è una straordinaria sensazione di freschezza ed accessibilità (X-Ray Eyes), caratteristiche che costituiscono un biglietto da visita ottimale per avvicinare vecchi e nuovi adepti a queste sonorità piacevolmente riff-oriented.


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Recensione BLUE OYSTER CULT - AGENTS OF FORTUNE LIVE 2016

Blue Oyster Cult
Recensione: Agents Of Fortune - Live 2016



Per celebrare il quarantesimo anniversario del loro album Agents Of Fortune, pubblicato nel 1976 e diventato in breve tempo disco di platino anche grazie alla presenza della hit (Don’t Fear) The Reaper, i Blue Oyster Cult lo hanno eseguito dal vivo e nella sua interezza nell’Aprile del 2016, al cospetto di un ristretto gruppo di invitati riunitisi presso i Red Studios di Hollywood. 

Quello di una progressiva e riuscita “sofisticazione”, nell’accezione positiva di caratteristica di un’apparecchiatura, di una macchina o di un impianto che sono stati progettati e realizzati con criterî tecnicamente avanzati e con impiego di materiali e componenti raffinati, così da offrire elevate prestazioni (Treccani), è probabilmente l’aspetto che – da Agents Of Fortune in poi – renderà chiaramente riconoscibile la discografia della band: la maestria nel sorprendere l’ascoltatore componendo generi e sonorità distinte, senza che la profusione di tecnica vada a discapito del puro intrattenimento, è ancora oggi una delle prerogative che predispongono benevolmente all’ascolto di un qualsiasi CD dei Blue Oyster Cult.


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lunedì 9 marzo 2020

Recensione GRAND DESIGN - V

Grand Design
Recensione: V


Formati nel 2006 dal cantante e produttore svedese Pelle Saether, i Grand Design hanno da sempre perseguito la missione di “far funzionare le sonorità del rock anni ottanta nel ventunesimo secolo”, orgogliosi di come hanno saputo alternare uscite discografiche ed attività live senza mai rinunciare al loro suono e ad uno stile che la band stessa definisce – orgogliosamente e senza mezzi termini – old. Sono dunque sufficienti queste brevi premesse per comprendere come V sia il quinto lavoro di una realtà ampiamente rodata e con le idee chiare, che attraverso la riproposizione ha saputo ritagliarsi uno spazio e che accoglie con diffidenza la possibilità di riservare sorprese al proprio pubblico. 

Se introdurre un concetto di originalità suona quindi del tutto fuori luogo, bisogna dire che la combinazione tra suoni affettati, ritmiche relativamente aggressive ed il particolare timbro di Saether (immaginate un ibrido tra gli svedesi Abba ed i danesi Aqua, quelli di Barbie Girl, però prestato al rock) possiede quel carattere divisivo che, almeno, non lascia indifferenti. La proposta che arriva da Västerås non è comunque così inedita da trascendere le definizioni: questo è melodic rock a tutti gli effetti, e come tale costruito, levigato e spuntato in nome di una costante, suprema e cioccolatosa scioglievolezza.


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domenica 1 marzo 2020

Recensione JESSE DAMON - DAMON'S RAGE

Jesse Damon
Recensione: Damon's Rage


Già cantante con i Silent Rage (che, messi sotto contratto da Gene Simmons dei Kiss ottennero una buona esposizione su MTV alla fine degli anni ottanta) e successivamente protagonista di una carriera solista che lo ha visto pubblicare fino ad oggi cinque album, il cantante e chitarrista californiano Jesse Damon torna con un mix di rock melodico e metal, prodotto e suonato insieme al polistrumentista Paul Sabu

Frutto del lavoro solingo di due soli artisti, Damon’s Rage vorrebbe dunque rappresentare una proposta fresca ed originale, realizzata in completa libertà creativa ed in grado di dare libero sfogo all’estro di entrambi. In realtà, “compassato” è forse l’aggettivo che meglio racconta lo sviluppo traccia dopo traccia di Damon’s Rage, un disco che pare sequenziato su una vecchia versione di Cubase tanto regolari sono le sue strutture. 

Certamente l’utilizzo di una batteria elettronica – o perlomeno dai suoni elettronici – non aiuta l’album a suonare grintoso e sanguigno. E, se proprio vogliamo dirla tutta, pure l’invio al recensore di file con bitrate variabile, come si usava quando avevamo i modem a cinquantasei kappa e nessuno poteva chiamare mentre esploravamo online, non predispone ad un ascolto da connoisseur.

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mercoledì 26 febbraio 2020

Recensione SHAKRA - MAD WORLD

Shakra
Recensione: Mad World


“Io parlo della locura, Renè, la locura. La pazzia, che cazzo Renè!”

(Boris, 2011)

Con l’uscita di Mad World gli Shakra festeggiano i venticinque anni di carriera, un traguardo lusinghiero che dice molto della fibra con la quale la band ha affrontato le insidie che inevitabilmente attendono gli artisti spesso alle prese con una vita incerta, tra scadenze creative e kilometri percorsi on the road. Ed è proprio l’intento squisitamente celebrativo l’elemento che caratterizza in modo marcato questi tre quarti d’ora di musica, come se gli svizzeri non avessero più nulla da dimostrare e potessero permettersi il lusso di riaffermare se stessi e le sonorità che li hanno resi riconoscibili nei mercati – come quello tedesco e naturalmente elvetico – nei quali hanno fatto sentire più forte la loro presenza. 

Nel pieno rispetto di questa visione, con Mad World gli Shakra non fanno altro che confermarsi alfieri di un mid-tempo graffiante e derivativo, seppur degno: quadrata ed occasionalmente cantilenante, geometrica nella regolare progressione degli accordi, la band propone infatti un hard rock maturo, scorrevole, senza sorprese e talvolta ridondante. Nonostante la scaletta preveda assoli di buona fattura (“Fireline”) e riff di apprezzabile cattiveria (“A Roll Of The Dice”, “Son Of Fire”), la varietà non è certo l’elemento sul quale gli Shakra puntano per distinguersi. Vuoi per il rispetto del marchio di fabbrica, vuoi per la naturale espressività di Mark Fox che esige tempi più dilatati per fiorire compiutamente (ricordo che Back On Track mi metteva ansia, tanto sembrava affogata nell’interpretazione di John Prakesh), il disco prosegue su binari di godevole prevedibilità la cui direzione appare chiara già dopo una manciata di tracce.

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martedì 25 febbraio 2020

Recensione HARDLINE - LIFE LIVE


Hardline
Recensione: Life Live


Leggendo le vicende artistiche dei fratelli Johnny e Joey Gioeli (nati rispettivamente Giovanni Giuseppe Baptista e Giuseppe Giovanni Antonio Gioeli) ci si imbatte in Poison, Van Halen, Slaughter, Bad English… quasi a testimoniare la capacità di entrambi, una volta lasciata la Pennsylvania per cercare fortuna ad Hollywood, di respirare ininterrottamente rock intrecciando le proprie storie con quelle di chi negli Stati Uniti ha costruito la storia di questo genere. 

Tra scioglimenti e successive reunion, cambi di formazione che dal 1992 hanno visto alternarsi una ventina di musicisti, incontri fortuiti e vicende sentimentali, Johnny Gioeli ha posto le fondamenta di una band, gli Hardline, nella quale la componente statunitense si è ormai ridotta alla sola presenza del suo cantante: ad accompagnarlo oggi così come in occasione del Frontiers Rock Festival 2019 è infatti una formazione di energici e competenti musicisti italiani, un’opportunità che certamente deriva dalla posizione conquistata dall’etichetta di Napoli sulla scena hard rock mondiale.

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venerdì 14 febbraio 2020

Recensione SEVEN SPIRES - EMERALD SEAS


Seven Spires
Recensione: Emerald Seas



Dall’incontro di quattro studenti presso il prestigioso Berklee College of Music di Boston nasce il progetto Seven Spires, band statunitense che in seguito al successo di una campagna di crowdfunding ha debuttato nel 2017 con l’album Solveig ed avuto la possibilità di proporsi dal vivo in occasione di festival quali MetalDays, 70000 Tons of Metal e ProgPower USA. 

La definizione di “storyteller che traggono ispirazione dallo spettro tradizionale dell’heavy metal per spingersi oltre” appare calzante fin dai primi secondi di ascolto del loro secondo disco quando, pagato il dazio della cadenzata intro, si viene introdotti in un mondo variopinto fatto di componenti ritmiche moderne, rafforzativi growl e sporadiche fioriture acustiche, nel quale la voce di Adrienne Cowan – anche corista con gli Avantasia e la cui interpretazione femminile e struggente mi ha ricordato lo stile di Anneke van Giersbergen degli indimenticati The Gathering – si muove con disinvoltura.

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Recensione BLACK SWAN - SHAKE THE WORLD


Black Swan
Recensione: Shake The World



Il nome Black Swan segna il debutto di un nuovo supergruppo accasatosi presso Frontiers Records, ed una volta tanto elencare le band dalle quali ciascun membro proviene non assolve solo ad una funzione informativa, ma alimenta la curiosità verso un progetto che ha le potenzialità per conferire alla propria proposta sentori di Dokken, note di Foreigner, estratti (titolati) di Winger ed un pizzico – dosato con la classe innata e sexy di Salt Bae – di Mister Big. 

La partenza a bomba di Shake The World ci introduce alla scoperta di un album efficace e diretto, libero e liberato dall’ingombro del blasone, irrobustito dalle sonorità maschie (il basso è sempre in bella evidenza, cattivo e tagliente come una lama) e senza fronzoli.

L’equilibrio azzeccato si rivela nelle influenze blues che rimangono tali, negli assoli di chitarra di stampo classico ma per nulla invecchiato, nelle digressioni interrotte appena prima che possano distrarre (“Immortal Souls”), nell’elettricità vagamente street delle sue chitarre (“The Rock That Rolled Away” è, chapeau, dinamite) e nei cori che aumentano esponenzialmente l’energia in circolo, invece che addomesticare vigliaccamente il tutto.

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domenica 2 febbraio 2020

Recensione SERIOUS BLACK - SUITE 226


Serious Black
Recensione: Suite 226



Suite 226 è il quarto album in studio dei Serious Black, band tedesco/americana alla cui formazione nel 2014 contribuì Roland Grapow (Helloween, Masterplan) e fronteggiata da Urban Breed, talentuoso cantante svedese che personalmente ho apprezzato sia a fianco dei suoi connazionali Bloodbound che con i bulgari Project Arcadia (A Time Of Changes, 2014). 

La presenza di quest’ultimo, e la sostanziale omogeneità degli stili alla quale si presta la sua voce, parrebbe da sola sufficiente ad anticipare la natura dell’album: un metal canoro e moderno, teatrale a tratti, che una volta avviato l’ascolto scopriremo anche contenere un po’ di tutto e di troppo, ivi compresa qualche suggestione sinfonica qua e là.

Nonostante l’etichettatura espressamente melodica, che assicura il retrogusto dolce di questo amalgama (fin troppo dolce: “Fate Of All Humanity”, “Way Back Home” ed i quasi nove minuti della title track sono una combo potente, ma per i motivi sbagliati, di quelle che si attivavano in sala giochi con la mezzaluna), Suite 226 non è un disco immediatamente cantabile: intermezzi parlati, effetti ambientali, assoli mai memorabili e controcori aggiungono una complessità solo apparente, perché nonostante la presenza di questi divertissement si ricava l’impressione di un prodotto al quale l’articolazione barocca (“Solitude Etude”) aggiunge sì minutaggio ma poco o nulla in termini di atmosfera.

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sabato 1 febbraio 2020

Recensione JORN - HEAVY ROCK RADIO II


Jorn
Recensione: Heavy Rock Radio II



Degli album di cover è stato probabilmente già detto e scritto tutto, così come del loro valore aggiunto, della particolare aspettativa che soddisfano e – in ultima ma non banale analisi – del loro più autentico senso. Eppure le definizioni di Wikipedia offrono spunti di riflessione insperati quando ricordano al recensore amante della lana caprina – come concetto, fare questione di – che “quando un musicista interpreta un brano considerato un classico della musica eseguito innumerevoli volte non si usa il termine cover ma interpretazione. 

Il termine cover è invece usato per indicare la reinterpretazione di brani recenti (come nel caso delle “cover band” e tribute band, gruppi musicali che interpretano solo canzoni note scritte da altri) o una versione differentemente arrangiata”. La cinica cover sfrutta l’attualità di ciò che è noto qui ed ora, insomma, mentre l’interpretazione omaggia ed accarezza ripescando, scavando più a fondo nelle memorie ed eventualmente insaporendo con qualche nuova suggestione. 

In virtù del periodo storico dal quale l’album trae la sua maggiore ispirazione, che si colloca nel decennio tra i settanta e gli ottanta, Heavy Rock Radio 2 si pone quindi come un disco di prevalenti interpretazioni, non solo per la qualità artistica elevata che generalmente associamo (con enfasi tutta tricolore) al verbo “interpretare”, ma anche per la possibilità che ci offre di riscoprire classici che in tanti non avremmo avuto occasione di conoscere.

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martedì 21 gennaio 2020

Recensione MICHAEL THOMPSON BAND - HIGH TIMES, LIVE IN ITALY


Michael Thompson Band
Recensione: High Times – Live In Italy



Prosegue con regolarità la pubblicazione di live da parte di Frontiers, un’operazione con la quale l’etichetta di Napoli non solo valorizza ulteriormente il proprio capitale artistico, ma che permette agli appassionati di cogliere alcuni dei loro artisti preferiti in una dimensione (per alcuni) inedita, un filo più sanguigna e diversamente sofisticata. 

Si tratta di un proposito specialmente interessante se si considera il genere che la label presidia: se molte delle sue uscite si caratterizzano per pulizia formale, rotondità dei suoni e generale compostezza, l’espressione dal vivo può beneficiare di un approccio diretto che rende queste uscite una sorta di spin-off – come nicchia nella non più nicchia – della serie regolare

Introdotto dalle note calde della chitarra dello stesso Michael Thompson, chitarrista statunitense le cui collaborazioni spaziano da Madonna a Michael Jackson, passando per Joe Cocker e Gianluca Grignani, Live In Italy è un disco misurato ed ammiccante che atterra nella “pretty fucking hot” Milano (“Secret Information”) con un pezzetto di sole californiano in valigia.

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Recensione ACACIA - RESURRECTION


Acacia
Recensione: Resurrection



Formati all’inizio degli anni novanta e subito notati dalla piemontese Underground Symphony (che nel 1996 avrebbe pubblicato il debutto “Deeper Secrets”), il progetto Acacia conobbe una battuta d’arresto solo pochi anni più tardi, ponendo la band in una sorta di letargo artistico il cui risveglio coincide con la release di questo Resurrection, un album per il quale la trattazione del concetto di rinascita appare come una missione ineludibile e catartica, come fosse scritta nelle stelle.

La determinazione con la quale, nonostante il lungo periodo di lontananza dalla scene, si è voluta proteggere una piccola espressione di continuità – continuando a scrivere e comporre nuovo materiale, per quando il momento sarebbe stato propizio – è già di per sé una bella storia di amore e speranza, di sentimenti inesauribili capaci di fare da collante, di quella fiducia nel futuro per la quale dobbiamo sempre trovare spazio, qualunque sia l’agente (DNA, religione o pura scaramanzia) con il quale ci viene inoculata. 

L’intro di “Obsession” prelude alla descrizione di una bellezza distorta, scalfita e non scontata, di quel retrogusto piacevolmente amaro (“Alone”) con il quale Queensryche e Kamelot hanno saputo dare spessore narrativo, contemporaneo e cinematografico, a buona parte della loro discografia. Ed effettivamente quello degli Acacia è un prog melodico ed accessibile, commerciale nel senso più democratico del termine, alieno ad inutili complicazioni e squisitamente italiano – complici la buona prova e pronuncia di Gandolfo Ferro – nella sua trazione vocale.

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lunedì 20 gennaio 2020

Recensione BLUE OYSTER CULT - HARD ROCK LIVE, CLEVELAND 2014


Blue Oyster Cult
Recensione: Hard Rock Live Cleveland 2014



Hard Rock Live Cleveland 2014” è la prima di una serie di uscite live che, nel corso del 2020, permetteranno di scoprire e riscoprire la carriera di una band apprezzata da pubblico e critica per un concetto di continuità nell’eclettismo che ha cullato fin dagli esordi, risalenti ai primi anni settanta. Registrato a Cleveland nel 2014, il disco – disponibile anche nell’edizione in tre vinili – è un excursus lungo diciassette brani attraverso le molteplici forme del rock che la band ha indagato ed abbracciato negli anni, con un atteggiamento sempre intelligente che le ha fatto guadagnare il titolo di “gruppo heavy metal degli uomini pensanti.

La produzione di questa proposta Frontiers sceglie un approccio melodico che esalta voce ed assoli di chitarra invece che l’energia spesso heavy della ritmica, finendo per portare in primo piano la dimensione più onirica (“Shooting Shark”), seventies, dilatata e pure un po’ dudeista del quintetto. Hard Rock Live Cleveland 2014 è un disco che mette al centro della scena la coesione e l’atmosfera, l’assolo riverberato della chitarra di Donald “Buck Dharma” Roeser ed il basso agile di Kasim Sulton (“The Red And The Black”, “Golden Age Of Leather”), il gospel, il blues e la psichedelia, impegnato a fotografare fedelmente l’evento nel suo scorrere fluido.

L’estensione della scaletta permette di apprezzare anche episodi dalla melodia più immediata e spendibile: Burnin’ For YouME 262 e Hot Rails To Hell sono ora stilose e brillanti, ora vigorose ed upbeat, e per ritrovare la loro dimensione più muscolosa beneficiano, con buona pace dei vicini, di un ascolto a volume sostenuto.

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