mercoledì 26 febbraio 2020

Recensione SHAKRA - MAD WORLD

Shakra
Recensione: Mad World


“Io parlo della locura, Renè, la locura. La pazzia, che cazzo Renè!”

(Boris, 2011)

Con l’uscita di Mad World gli Shakra festeggiano i venticinque anni di carriera, un traguardo lusinghiero che dice molto della fibra con la quale la band ha affrontato le insidie che inevitabilmente attendono gli artisti spesso alle prese con una vita incerta, tra scadenze creative e kilometri percorsi on the road. Ed è proprio l’intento squisitamente celebrativo l’elemento che caratterizza in modo marcato questi tre quarti d’ora di musica, come se gli svizzeri non avessero più nulla da dimostrare e potessero permettersi il lusso di riaffermare se stessi e le sonorità che li hanno resi riconoscibili nei mercati – come quello tedesco e naturalmente elvetico – nei quali hanno fatto sentire più forte la loro presenza. 

Nel pieno rispetto di questa visione, con Mad World gli Shakra non fanno altro che confermarsi alfieri di un mid-tempo graffiante e derivativo, seppur degno: quadrata ed occasionalmente cantilenante, geometrica nella regolare progressione degli accordi, la band propone infatti un hard rock maturo, scorrevole, senza sorprese e talvolta ridondante. Nonostante la scaletta preveda assoli di buona fattura (“Fireline”) e riff di apprezzabile cattiveria (“A Roll Of The Dice”, “Son Of Fire”), la varietà non è certo l’elemento sul quale gli Shakra puntano per distinguersi. Vuoi per il rispetto del marchio di fabbrica, vuoi per la naturale espressività di Mark Fox che esige tempi più dilatati per fiorire compiutamente (ricordo che Back On Track mi metteva ansia, tanto sembrava affogata nell’interpretazione di John Prakesh), il disco prosegue su binari di godevole prevedibilità la cui direzione appare chiara già dopo una manciata di tracce.

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Ascoltato con
Cuffie Superlux HD-668B
DAC LH Labs Geek Pulse (ESS9018K2M Core)
Alimentatore LH Labs Linear Power Supply
Filtro Audioquest Jitterbug
Software Foobar2000 ver. 1.3.16 (WIN10 Pro / 64bit)

martedì 25 febbraio 2020

Recensione HARDLINE - LIFE LIVE


Hardline
Recensione: Life Live


Leggendo le vicende artistiche dei fratelli Johnny e Joey Gioeli (nati rispettivamente Giovanni Giuseppe Baptista e Giuseppe Giovanni Antonio Gioeli) ci si imbatte in Poison, Van Halen, Slaughter, Bad English… quasi a testimoniare la capacità di entrambi, una volta lasciata la Pennsylvania per cercare fortuna ad Hollywood, di respirare ininterrottamente rock intrecciando le proprie storie con quelle di chi negli Stati Uniti ha costruito la storia di questo genere. 

Tra scioglimenti e successive reunion, cambi di formazione che dal 1992 hanno visto alternarsi una ventina di musicisti, incontri fortuiti e vicende sentimentali, Johnny Gioeli ha posto le fondamenta di una band, gli Hardline, nella quale la componente statunitense si è ormai ridotta alla sola presenza del suo cantante: ad accompagnarlo oggi così come in occasione del Frontiers Rock Festival 2019 è infatti una formazione di energici e competenti musicisti italiani, un’opportunità che certamente deriva dalla posizione conquistata dall’etichetta di Napoli sulla scena hard rock mondiale.

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venerdì 14 febbraio 2020

Recensione SEVEN SPIRES - EMERALD SEAS


Seven Spires
Recensione: Emerald Seas



Dall’incontro di quattro studenti presso il prestigioso Berklee College of Music di Boston nasce il progetto Seven Spires, band statunitense che in seguito al successo di una campagna di crowdfunding ha debuttato nel 2017 con l’album Solveig ed avuto la possibilità di proporsi dal vivo in occasione di festival quali MetalDays, 70000 Tons of Metal e ProgPower USA. 

La definizione di “storyteller che traggono ispirazione dallo spettro tradizionale dell’heavy metal per spingersi oltre” appare calzante fin dai primi secondi di ascolto del loro secondo disco quando, pagato il dazio della cadenzata intro, si viene introdotti in un mondo variopinto fatto di componenti ritmiche moderne, rafforzativi growl e sporadiche fioriture acustiche, nel quale la voce di Adrienne Cowan – anche corista con gli Avantasia e la cui interpretazione femminile e struggente mi ha ricordato lo stile di Anneke van Giersbergen degli indimenticati The Gathering – si muove con disinvoltura.

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Recensione BLACK SWAN - SHAKE THE WORLD


Black Swan
Recensione: Shake The World



Il nome Black Swan segna il debutto di un nuovo supergruppo accasatosi presso Frontiers Records, ed una volta tanto elencare le band dalle quali ciascun membro proviene non assolve solo ad una funzione informativa, ma alimenta la curiosità verso un progetto che ha le potenzialità per conferire alla propria proposta sentori di Dokken, note di Foreigner, estratti (titolati) di Winger ed un pizzico – dosato con la classe innata e sexy di Salt Bae – di Mister Big. 

La partenza a bomba di Shake The World ci introduce alla scoperta di un album efficace e diretto, libero e liberato dall’ingombro del blasone, irrobustito dalle sonorità maschie (il basso è sempre in bella evidenza, cattivo e tagliente come una lama) e senza fronzoli.

L’equilibrio azzeccato si rivela nelle influenze blues che rimangono tali, negli assoli di chitarra di stampo classico ma per nulla invecchiato, nelle digressioni interrotte appena prima che possano distrarre (“Immortal Souls”), nell’elettricità vagamente street delle sue chitarre (“The Rock That Rolled Away” è, chapeau, dinamite) e nei cori che aumentano esponenzialmente l’energia in circolo, invece che addomesticare vigliaccamente il tutto.

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domenica 2 febbraio 2020

Recensione SERIOUS BLACK - SUITE 226


Serious Black
Recensione: Suite 226



Suite 226 è il quarto album in studio dei Serious Black, band tedesco/americana alla cui formazione nel 2014 contribuì Roland Grapow (Helloween, Masterplan) e fronteggiata da Urban Breed, talentuoso cantante svedese che personalmente ho apprezzato sia a fianco dei suoi connazionali Bloodbound che con i bulgari Project Arcadia (A Time Of Changes, 2014). 

La presenza di quest’ultimo, e la sostanziale omogeneità degli stili alla quale si presta la sua voce, parrebbe da sola sufficiente ad anticipare la natura dell’album: un metal canoro e moderno, teatrale a tratti, che una volta avviato l’ascolto scopriremo anche contenere un po’ di tutto e di troppo, ivi compresa qualche suggestione sinfonica qua e là.

Nonostante l’etichettatura espressamente melodica, che assicura il retrogusto dolce di questo amalgama (fin troppo dolce: “Fate Of All Humanity”, “Way Back Home” ed i quasi nove minuti della title track sono una combo potente, ma per i motivi sbagliati, di quelle che si attivavano in sala giochi con la mezzaluna), Suite 226 non è un disco immediatamente cantabile: intermezzi parlati, effetti ambientali, assoli mai memorabili e controcori aggiungono una complessità solo apparente, perché nonostante la presenza di questi divertissement si ricava l’impressione di un prodotto al quale l’articolazione barocca (“Solitude Etude”) aggiunge sì minutaggio ma poco o nulla in termini di atmosfera.

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sabato 1 febbraio 2020

Recensione JORN - HEAVY ROCK RADIO II


Jorn
Recensione: Heavy Rock Radio II



Degli album di cover è stato probabilmente già detto e scritto tutto, così come del loro valore aggiunto, della particolare aspettativa che soddisfano e – in ultima ma non banale analisi – del loro più autentico senso. Eppure le definizioni di Wikipedia offrono spunti di riflessione insperati quando ricordano al recensore amante della lana caprina – come concetto, fare questione di – che “quando un musicista interpreta un brano considerato un classico della musica eseguito innumerevoli volte non si usa il termine cover ma interpretazione. 

Il termine cover è invece usato per indicare la reinterpretazione di brani recenti (come nel caso delle “cover band” e tribute band, gruppi musicali che interpretano solo canzoni note scritte da altri) o una versione differentemente arrangiata”. La cinica cover sfrutta l’attualità di ciò che è noto qui ed ora, insomma, mentre l’interpretazione omaggia ed accarezza ripescando, scavando più a fondo nelle memorie ed eventualmente insaporendo con qualche nuova suggestione. 

In virtù del periodo storico dal quale l’album trae la sua maggiore ispirazione, che si colloca nel decennio tra i settanta e gli ottanta, Heavy Rock Radio 2 si pone quindi come un disco di prevalenti interpretazioni, non solo per la qualità artistica elevata che generalmente associamo (con enfasi tutta tricolore) al verbo “interpretare”, ma anche per la possibilità che ci offre di riscoprire classici che in tanti non avremmo avuto occasione di conoscere.

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