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venerdì 13 novembre 2020

Recensione JEFF SCOTT SOTO - WIDE AWAKE

Jeff Scott Soto
Recensione: Wide Awake


Dicono che oggi le bandiere e gli attaccamenti non esistono più, nello sport come in altri ambiti nei quali sono gli interessi economici a far soffiare i venti e sbocciare/appassire gli amori. L’eccezione, tuttavia, desta sempre una forma di affetto sincero ed ammirazione convinta. E forse, dopo ben diciotto anni di sodalizio con Frontiers Music, Jeff Scott Soto potrebbe a buon titolo essere definito una eccezione ed una bandiera, così grandi sono la parte della sua carriera ad aver respirato l’aria del Bel Paese e l’affetto che lo lega ai colleghi dell’etichetta di Napoli (“my brothers and some of my sisters”, come lui stesso li definisce nella introduzione di “Holding On”). 

Artefice di un percorso consistente nella doppia veste di solista e band member, il cantante nato a Brooklyn cinquantacinque anni fa arriva oggi alla pubblicazione del suo settimo album in proprio che si avvale, per la composizione e la produzione, del contributo del nostro Alessandro Del Vecchio. Ed è un bel rock compatto e adrenalinico quello che continua ad essere proposto da Soto, dritto al punto senza perdersi in inutili manierismi. Il tipo di canzone che abita dentro a “Wide Awake” è quello che non aspetta altro che esplodere in un ritornello rotondo e corale come quello di “Lesson Of Love”: difficilmente lo si potrà definire uno schema originale, ma questa impostazione ha il pregio di una certa franchezza che finisce per contraddistinguere non solo il singolo disco, ma anche l’attitudine dei suoi esecutori. 

Inoltre la soluzione appare diretta ma mai semplicistica: per quanto la geometria di ogni traccia sia facilmente intuibile, ci sono all’angolo un allungo, un intreccio o un breve assolo a rimescolare le carte, e l’ascolto finisce sempre – complice l’esperienza lunga dei musicisti coinvolti – prima che affiori una sensazione di artificio e deja vu. 

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Casse Cerwin-Vega VE 5M
Amplificatore PS Audio Sprout
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mercoledì 11 novembre 2020

Recensione JADED HEART - STAND YOUR GROUND

Jaded Heart
Recensione: Stand Your Ground


Attivi fin dagli anni novanta e protagonisti di un percorso solido, che li ha visti pubblicare album con buona continuità nel corso degli anni, i Jaded Heart sono oggi un quintetto che conta membri tedeschi e svedesi, perciò costretto a colmare con l’uso delle tecnologie le distanze geografiche tra i suoi componenti. “Melodia Ma Con Deciso Piglio” potrebbe essere un modo efficace per definire la proposta del combo nordeuropeo. 

Se infatti i ritornelli presenti nell’album sono immediatamente cantabili, come da tradizione tedesca, il dinamismo di Peter Östros, Masa Eto e Bodo Stricker (rispettivamente chitarre e batteria) caratterizza in modo altrettanto marcato i tempi di “Stand Your Ground”. La title-track contiene tutto quanto è possibile trovare in questa nuova uscita. 

Al suddetto, piacevole dinamismo si accompagnano cori, un’alternanza strofa/chorus che è allo stesso tempo prevedibile e rassicurante e una produzione in grado di cogliere in maniera tecnicamente ineccepibile quella sintesi tra musicalità e potenza che diventa marchio di fabbrica, quando accalappiata nella sua forma più smagliante.


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sabato 7 novembre 2020

Recensione ANGELICA - ALL I AM

Angelica
Recensione: All I Am


Lana Lane, Saraya, Bonnie Raitt e Bonnie Tyler… di queste proposte ho sempre apprezzato l’accostamento di sonorità (più o meno hard) rock ad una idea moderna, adulta ed indipendente di femminilità, che esalta le voci delle interpreti per creare una alternativa valida e credibile alla proposta di impostazione maschile. 

Angelica Rylin, singer svedese/australiana già nota come frontwoman dei The Murder Of My Sweet, appartiene al filone delle artiste in grado di imprimere al disco un proprio carattere, che in “All I Am” è fatto di melodie dolci ed accomodanti, atmosfere accoglienti, suoni moderni ed una generale ascoltabilità che ne permea ogni istante. 

Dalle armonie accattivanti di “Time And Space” ai cori brillanti di “A Pounding Heart” e quelli più burrosi di “Angel”, questa nuova uscita di Frontiers troverà facili estimatori negli amanti di un rock quadrato e regolare, dall’incidere lineare e dall’ascolto facile facile, di quello crepuscolare che avvolto nei colori e nei sonni della sera sembra uscire dalle casse con fare ancora più sinuoso ed elegante.

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giovedì 5 novembre 2020

Recensione THE SINNER'S BLOOD - THE MIRROR STAR

Sinner's Blood
Recensione: The Mirror Star


Vengono dal Cile i Sinner’s Blood, e gran parte delle fortune del loro disco di debutto, pubblicato da Frontiers, sono affidate al talento del frontman James Robledo (The Voice Chile) ed all’esperto chitarrista Nasson, polistrumentista qui anche in veste di compositore e produttore. Che tra i due ci sia una buona chimica, e che in qualche modo si siano scelti sulla base di una visione forte e condivisa, lo si intuisce facilmente avviando l’ascolto di “The Mirror Star”, un disco che fin dalle prime battute serve sul piatto una sferzata energica ed al tempo stesso melodica di hard’n’heavy di pregevole fattura. 

Molto del dinamismo di “The Mirror Star” risiede nel riffing agile di Nasson (“Awakening”): ben supportato da una instancabile sezione ritmica, il gruppo si pone sullo stesso livello dei migliori Firewind, dei dimenticati Blackstar Halo, degli amati Sentenced nei rari momenti in cui erano in vena di fare festa (“Kill Or Die”) oppure dei connazionali e sottovalutati Six Magics. 

E’ soprattutto la concentrazione chirurgica degli elementi a fare intuire, da subito, la bontà del risultato: benchè essa vada a discapito di quella varietà della quale in fondo nessuno ha davvero bisogno, non serve avventurarsi oltre i primi tre o quattro episodi della playlist per capire che i Sinner’s Blood hanno ben chiaro cosa vogliono suonare, come vogliono farlo e per quali caratteristiche vogliono essere tenuti in considerazione a partire da questo 2020.

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martedì 11 agosto 2020

Recensione BLACK ROSE MAZE - BLACK ROSE MAZE

Black Rose Maze
Recensione: Black Rose Maze

Frontiers Music ha in questi anni contribuito a ridefinire la missione di una “casa discografica”: partendo dal tradizionale business della pubblicazione/distribuzione di nuovi lavori, l’etichetta con sede a Napoli è infatti diventata – complice l’indiscussa credibilità costruita negli anni – un crocevia di contaminazioni e collaborazioni, molte delle quali promosse attivamente dalla label stessa. 

In questo modo le opportunità per i musicisti coinvolti nei suoi progetti si sono moltiplicate, creando nuove possibilità espressive (ed occasioni di lavoro) ed offrendo visibilità ad una girandola di talenti in grado di supportarsi l’uno con l’altro. Tra i maggiori beneficiari di questo meccanismo, che per impulso produttivo potremmo avvicinare alle dinamiche autarchiche e circolari di Netflix, vi è la categoria dei cantanti: professionisti di riconosciuto mestiere e/o esperienza che, in alcuni casi, non hanno legato le proprie fortune al sistema socialmente complesso della band, e che Frontiers è in grado di abilitare costruendogli attorno team di professionisti ad hoc. 

La canadese Rosa Laricchiuta rientra a pieno titolo nella categoria: originaria di Montreal, Rosa è stata cantante, compositrice, performer, concorrente della locale edizione di “The Voice” ed autrice di due album prima di approdare alla corte dell’etichetta italiana.

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Cuffie Superlux HD-668B
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mercoledì 22 luglio 2020

Recensione TOKYO MOTOR FIST - LIONS


Tokyo Motor Fist
Recensione: Lions



Artisticamente “figli” di Danger Danger e Trixter, band di provenienza dei due musicisti a capo del progetto, i Tokyo Motor Fist rappresentano un sodalizio artistico che, ancor prima di cominciare a mettere in fila le note, corona un’amicizia lunga una vita: seppure impegnati in carriere diverse, Ted Poley (voce) e Steve Brown (chitarra, cori e tastiere) hanno sempre accarezzato il sogno di produrre musica insieme, e “Lions” rappresenta il secondo passaggio di un percorso che a questo sogno ha saputo – fin dal debutto del 2017 – dare ammirabile concretezza. 

Nei Tokyo Motor Fist ci sono la sofisticazione dei Def Leppard, le cotonature degli ottanta americani, i cori dolci e le malinconie credibili, a formare un quadro che restituisce una curiosa solidità al concetto di “melodico”. 

L’approccio bilanciato dell’album consente infatti alle sue sonorità rotonde di mantenere una venatura piacevolmente grezza, vuoi per l’interpretazione appassionata di Poley vuoi per arrangiamenti squadrati da assimilare al primo ascolto.

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martedì 21 luglio 2020

Recensione ANNO MUNDI - LAND OF LEGENDS


Anno Mundi
Recensione: Land Of Legends



Risultanti dall’ibridazione di musicisti dal background hard rock con altri dalle esperienze più spiccatamente progressive, con “Land Of Legends” gli Anno Mundi propongono una eclettica rivisitazione, dal sapore internazionale, del prog italiano della fine degli anni settanta, quello stesso filone che avrebbe ispirato anche tanto pre-metal fuori dai confini nazionali. 

Nonostante l’idioma scelto per il cantato, c’è dunque tanta Italia in questo retroprog: la pronuncia di Federico Giuntoli fa poco per nascondere le nostre le origini, il senso di una teatralità languida ed elegante è tipico del nostro teatro a collo alto e – ultimi ma non ultimi – i brani in scaletta raccontano di un approccio alla composizione del tutto libero da frette e condizionamenti moderni. Non è solo una questione di lunghezze: certamente cinquanta minuti di esecuzione spalmati su sole cinque canzoni costituiscono una dichiarazione abbastanza chiara, ma è anche il gusto per la singola nota ad approfittare con intelligenza di un fattore, quello del tempo, che questo prog romano è abile nel riscoprire. 

L’approccio è ancora più fisico se si considerano la credibilità dei suoni ed il chiaro compiacimento per la stessa, il senso di novità – storicamente corretto – riservato agli interventi di tastiera, l’abilità nel cambiare strumentalmente registro (“Hyperway To Knowhere”) e disorientare, pur senza rendere l’ascolto frustrante: caratteristiche che tendono a ripetersi diventando un marchio di fabbrica ed un tratto distintivo in grado di tenere i tanti moti del disco sotto un unico cappello di morbido velluto a coste.

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venerdì 10 luglio 2020

Recensione BLOODY HEELS - IGNITE THE SKY


Bloody Heels
Recensione: Ignite The Sky



Ritmata, incalzante, corale: potremmo descriverla così la proposta dei lettoni Bloody Heels, il cui primo disco stampato da Frontiers Records – successore dell’EP Summer Nights (2014) e dell’album di debutto Through Mystery (2017) – corona un cammino relativamente lungo ed articolato che ha mosso i suoi primi passi nella capitale Riga. 

Fatto di continue pause e ripartenze, “Ignite The Sky” sembra davvero possedere il potere di accendere il cielo, tanto i suoi frequenti stacchi convogliano e distribuiscono energia scandita con precisione, cantata con vigore da Vicky White ed impreziosita da assoli (anche) tecnici che danno alla proposta dei quattro un piacevole tocco old style. 

E così succede di scoprire un hard rock improprio, nel quale elementi classici sono accostati in modi originali, fatto di elementi chiaramente distinti ed in un certo senso decostruito, moderno nella suo disinteresse verso una fluidità facile, autenticamente baltico in una passione ricercata attraverso matematica ed accostamenti meccanici, piuttosto che melodie struggenti.

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martedì 16 giugno 2020

Recensione VEGA - GRIT YOUR TEETH


Vega
Recensione: Grit Your Teeth



Una cosa è certa: i Vega sanno fare quell’hard rock all’inglese, melodico e sporco allo stesso tempo, che negli anni ottanta/novanta ha introdotto molti di noi alle sonorità più croccanti e consistenti. Se in quei rigogliosi anni avevamo – fra gli altri – Little Angels (1984), Zodiac Mindwarp (1985), Gun (1987), e Wildhearts (1989, temo che nessuno ricorderà invece le meteore Goat di “Everybody Wants To Be There” che potevi acquistare alla Tower Records con la formula soddisfatti e rimborsati, oppure gli Scat Opera di “About Time”), oggi a tenere verde quella memoria anglosassone ci sono ad esempio C.O.P. Uk (2005, ex Crimes Of Passion), i nord-irlandesi Stormzone (2004) e – per l’appunto – gli autori di “Grit Your Teeth”, sesto album dalla fondazione datata 2008. 

I tratti che fanno di questo lavoro un prodotto squisitamente “UK” sono anzitutto l’appeal radiofonico e la voglia di puntare in alto: il disco suona esplosivo e larger than life (“Perfection”), riffato e corale senza mai un’esitazione, ispirandosi ad un formato semplice ma che in tempi un po’ fiacchi come quelli attuali appare quasi rivoluzionario, come se gli entusiasmi di un tempo potessero rivivere grazie alla formula magica infusa dall’energico frontman Nick Workman e dai suoi cinque compagni.

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venerdì 12 giugno 2020

Recensione ELECTRIC MOB - DISCHARGE


Electric Mob
Recensione: Discharge



Come la Danimarca ai Campionati Europei del 1992, Grecia e Brasile sono sempre più spesso inaspettati e convincenti outsider quando si parla di hard rock, street e glam: in quello che molte delle loro band sfornano puoi ancora sentire il gusto, respirare la passione e quasi toccare quel movimento ambizioso che in altre – più adagiate – latitudini sembra aver perso di intensità. 

Ecosostenibile e cosmopolita, Curitiba è un’importante centro culturale, politico ed economico dell’America Latina, nonché grembo dal quale ha avuto origine la storia degli Electric Mob. 

Fondati nel 2016 e fronteggiati da un concorrente di The Voice Brasil 2016 (quel Renan Zonta già recentemente all’opera sull’album di Magnus Karlsson), i quattro sono l’ennesima scoperta con la quale Frontiers Records intende solleticare i nostalgici delle sonorità di Led Zeppelin, Pearl Jam, Alice in Chains, Foo Fighters, Arctic Monkeys ed Audioslave.

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giovedì 11 giugno 2020

Recensione MAGNUS KARLSSON'S FREE FALL - WE ARE THE NIGHT


Magnus Karlsson's Free Fall
Recensione: We Are The Night



Magnus Karlsson, ancor prima che un talentuoso musicista, potrebbe essere definito un asset (“qualunque entità possa essere determinata e valorizzata in termini finanziari“), tanto valido e determinante è stato negli anni il suo contributo alle cause di Allen/Lande, Allen/Olzon, Starbreaker, Bob Catley e Kiske/Somerville… senza dimenticare Primal Fear ed una carriera solista che lo vede oggi pubblicare il terzo album. 

Del polistrumentista e compositore svedese avevo già avuto modo di apprezzare il convincente debutto datato 2013, e confesso che l’idea di un more of the same non mi sarebbe affatto dispiaciuta. 

D’altronde Karlsson è personaggio divisivo dalle idee piuttosto chiare (“Se non sai scrivere canzoni e non sei in una band valida… tutto si vanifica”), che con il suo tocco ha contribuito alle proprie ed altrui fortune dimostrando in ogni occasione non solo una grande sensibilità nell’esaltare le caratteristiche degli artisti che lo hanno accompagnato, ma anche la capacità di scrivere canzoni brillanti, con un senso ed una identità coerenti con la solidità delle sue posizioni.

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domenica 7 giugno 2020

Recensione BRANT BJORK - BRANT BJORK


Brant Bkork
Recensione: Brant Bjork




Ambasciatore del Californian desert rock, Brant Bjork giunge con questo lavoro omonimo alla tredicesima tappa di una carriera che lo ha visto agitarsi dietro le pelli per Kyuss, Vista China e Fu Manchu. E’ però un deserto dolce ed innamorato, quello narrato da Bjork: benchè asciutti nei suoni, i suoi panorami non sono aridi, né le sue immagini confuse dalle ondate di colore che si levano dall’asfalto incandescente. 

L’artista di Palm Desert ha oggi poco a che spartire con i binari corrosi dalla ruggine di “Blues For The Red Sun” (Kyuss, 1992) o con lo stoner metal degli Out Of Order (Stranded, 1996): qui c’è piuttosto un incidere dolcemente ipnotico (“Mary”), una rilassatezza che sa di siesta, una progressione non troppo pesante e l’abilità nel fare di ogni sussulto – fosse anche solo attraverso un lick di chitarra – un piccolo evento portatore di freschezza. Non c’è dunque il deserto – quello scomodo – al centro del racconto, ma piuttosto la relazione complicata che ognuno può instaurare con i suoi spazi, con i suoi silenzi e con le storie che si intrecciano tra i granelli delle sue sabbie. 

E’ grazie alle tinte tutto sommato sobrie che caratterizzano questo quadro che basta poco per accendere il groove: “Jesus Was A Bluesman” potrà anche parere poca cosa, ma il drive con il quale riprende ogni sua irriverente strofa ammicca e sprona, come una versione classic di “Out Of The Sun” dei Motorhead (“Sacrifice”, 1995).

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giovedì 21 maggio 2020

Recensione PRETTY MAIDS - MAID IN JAPAN, FUTURE WORLD LIVE


Pretty Maids
Recensione: Maid in Japan
Future World Live



Dei Pretty Maids ho sempre apprezzato una certa flessibilità stilistica, ovvero la capacità di risultare convincenti e credibili sia nelle vesti di consumati metaller che in quelle di hard rocker cantori di storie e di amori più o meno tormentati. Un equilibrio certamente favorito sia dalle origini scandinave, dove prendersi troppo sul serio e mantenersi distaccati non è cosa, sia dalla sicurezza data da un seguito nutrito ed entusiasta che fin dal 1981 ne ha accompagnato la carriera. 

“Maid In Japan – Future World Live 30th Anniversary” regala ai fan la possibilità di riascoltare nella sua interezza – con l’aggiunta di una manciata di chicche – l’esecuzione live di “Future World”, un classico della discografia della band uscito originariamente nel 1987, che ha avuto luogo al Club Città di Kawasaki nel 2018. 

Se per celebrare il trentennale i Pretty Maids avevano scelto la vicina Svizzera, per i quarant’anni di carriera i danesi decidono di far visita all’estremo oriente: avido consumatore di metal melodico di stampo nordico, il Giappone ha sempre costituito un mercato di riferimento per il quintetto fronteggiato da Ronnie Atkins, e la scelta di registrare proprio là un paio di spettacoli assicura la presenza di un pubblico folto e partecipe.

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Recensione HER CHARIOT AWAITS - HER CHARIOT AWAITS


Her Chariot Awaits
Recensione: Her Chariot Awaits



Inedito sodalizio tra il chitarrista e produttore americano Mike Orlando (Adrenaline Mob) e la cantante spagnola Aylin (al secolo Pilar María Del Carmen Mónica Giménez García, già sentita nell’edizione spagnola di The X Factor e poi per otto anni con i norvegesi Sirenia), Her Chariot Awaits è un progetto al debutto sotto l’egida di Frontier Records. Nonostante l’appellativo “melodico” scelto dai ragazzi del marketing, il genere proposto è un hard rock piuttosto dinamico e robusto: immaginate qualcosa tra gli slanci più rock dei Garbage, il nervo dei Guano Apes e le melodie dei No Doubt. 

Ritmi sostenuti e sincopati, parti rappate ed il drumming decisamente pieno di Jeff Thal sono le basi di un rock/alternative al quale non mancano grinta, sudore ed una buona dose di tecnica: la voce sottile della singer spagnola potrà non piacere a tutti (la presenza scenica non è quella di una Ely Vásquez dei Six Magics né di una Tave Wanning degli Adrenaline Rush) ma la personalità per rivendicare il proprio spazio anche all’interno dei passaggi più heavy (“Dead Gone”) c’è, ed è espressa con disinvoltura. 

Una seconda menzione la merita il lavoro di chitarra svolto dallo stesso Orlando: ad una certa esuberanza ritmica si accompagnano assoli frequenti e complessi, come lecito aspettarsi da chi – dopotutto – ha fondato una band con Mike Portnoy e Russell Allen.

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giovedì 14 maggio 2020

Recensione SOULS OF TIDE - BLACK MAGIC


Souls Of Tide
Recensione: Black Magic




Vengono dall’antica città di Hamar in Norvegia, hanno alle spalle esperienze di stampo rock e metal e hanno deciso, con il progetto “Souls Of Tide”, di dare nuovo smalto alle sonorità di Deep Purple, Led Zeppelin, Black Sabbath e The Doors: questo in sintesi è il percorso di sei musicisti che, dopo il debutto discografico sulla lunga distanza avvenuto nel 2016 con “Join The Circus”, tornano a far parlare di sé con questo nuovo “Black Magic”. 

Il disco è innanzitutto brillante, arioso e dinamico: non siamo insomma di fronte ad una rivisitazione pretenziosa, ad un intervento con velleità archeo-culturali o ad una comoda scopiazzatura di brani famosi o riesumate B-side. Al contrario, quello dei “Souls Of Tide” è un rock estremamente radiofonico e moderno, al quale le tastiere di Kjetil Banken (“Firegirl”) ed il lusso contemplativo di certi interventi chitarristici aggiungono, se non proprio un’ulteriore dimensione, almeno quel non so che di sciccoso che a volte fa perfino scalare la classifica. 

In “Morning Star” e “Evening Star”, solo per citarne un paio, ci sono freschezza ed attitudine, e pure quel drive scandinavo alla D-A-D che trascina ma in modo un po’ provinciale e disincantato, con la stessa pallida credibilità di un poliziesco in stile nordic noir.

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domenica 3 maggio 2020

Recensione AXEL RUDI PELL - SIGN OF THE TIMES


Axel Rudi Pell
Recensione: Sign Of The Times



La presentazione alla stampa di questo lavoro è affidata anzitutto ai numeri: con più di 1.7 milioni di album venduti in tutto il mondo, 2.6 milioni di riproduzioni in streaming per il predecessore “Knights Call“ (2018) ed una carriera lunga trentun anni che ha valso al virtuoso Axel Rudi Pell il riconoscimento di “leggenda” del metal, si direbbe che la somma degli elementi non possa che portare ad un risultato glorioso. 

Il problema è che le arti non sono scienze esatte: così come spesso ciò che ascoltiamo è di molto superiore alla somma delle sue parti, può accadere ogni tanto che il valore vada un po’ perso tra le operazioni matematiche, ed il buono che c’è nelle umane cose finisca intrappolato tra i conteggi. Dell’autorevolezza vocale di Johnny Gioeli mi è capitato di scrivere recentemente, mentre suona fresco e sorprendente quel senso di nuova alba presente nella intro “The Black Serenade”, evocativa al punto da alimentare la speranza. 

Gran parte della classe di questo album è affidata alla tastiera di Ferdy Doernberg, perfetta nelle sue sonorità seventies per dare un senso di rassicurante classicismo. Non mancano poi i pregevoli, non solo per tecnica ma anche per gusto melodico, assoli dello stesso chitarrista tedesco: la sensazione tuttavia, al di là dei contributi personali, rimane quella di un approccio soprattutto equilibrato, rotondo per ritmi e sonorità.

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giovedì 9 aprile 2020

Recensione BONFIRE - FISTFUL OF FIRE


Bonfire
Recensione: Fistful Of Fire




Di una band attiva da oltre trent’anni ci sarebbe moltissimo da raccontare, e pochissimo da dire. Si potrebbe parlare degli esordi, degli alti e dei bassi, dei tour, dei cambi di formazione che hanno visto l’equivalente di quasi tre squadre di calcio calcare il palco sotto allo stesso telone… oppure ci si potrebbe limitare alla constatazione che resistenza e resilienza incarnano alla perfezione, nel loro ostinato e burbero perpetuarsi, lo spirito dell’heavy metal. 

Difendere orgogliosamente la propria natura è un tratto caratteristico dell’hard rock tedesco: sono innumerevoli i gruppi che in questi anni hanno scelto di non cambiare pelle e che oggi, penso agli Scorpions con l’innesto energizzante di Mikkey Dee, raccolgono i frutti affettuosi di tanta linearità. 

I Bonfire hanno percorso le stesse orme: dai fasti di Point Blank alle sfortune commerciali di Feels Like Coming Home, il quintetto fondato da Claus Lessmann e Hans Ziller ha saputo rivitalizzare il proprio marchio di fabbrica e presentarsi ogni volta in una veste, se non propriamente inedita, almeno dotata di una certa freschezza.

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mercoledì 1 aprile 2020

Recensione NEWMAN - IGNITION


Newman
Recensione: Ignition




Cantante e compositore, non solo in ambito rock, Steve Newman ha prodotto e respirato musica fin dai primi anni ottanta, collezionando agli inizi della carriera una serie di esperienze negative (You don’t fit in, cantavano malinconici i Love/Hate in Social Sidewinder, 1992) che lo hanno disilluso sulla possibilità di porre solide fondamenta per intraprendere la carriera di artista. 

Il progetto omonimo nasce quindi nel 1998 per consentire al talento inglese di mettersi al timone e muoversi con maggiore libertà espressiva, e si direbbe che la strada scelta sia stata finalmente quella giusta, avendo da allora portato alla pubblicazione di ben tredici album. Registrato a Londra insieme al solo Rob McEwen alla batteria, con il supporto di un paio di coristi, Ignition è dunque la più recente espressione di un percorso che ha finito con l’assumere la forma di una one-man-band, circostanza che è spesso facile avvertire per un certo meccanicismo con il quale questi prodotti sono assemblati. 

Benchè decimati, i Newman del 2020 sono melodici e decisamente pimpanti, proponendo un rock al quale non mancano legittime velleità hard, se non fosse per la tragedia di quella batteria dai suoni elettronici alla quale, probabilmente per motivi di budget e praticità, alcune delle recenti uscite in ambito AOR sembrano fare volentieri ricorso.


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Recensione THE UNITY - PRIDE


The Unity
Recensione: Pride




Progetto del chitarrista tedesco Henjo Richter, i The Unity portano in dote due album pubblicati nel 2017 e nel 2018, tour con Axel Rudi Pell, Edguy e Sinner, un bravo cantante italiano ed una folta rappresentativa dei Gamma Ray: fatti nudi & crudi che raccontano di una band attiva, costante e dalle prospettive certamente interessanti. 

Le piogge ed i tuoni della intro The New Pandora, una specie di Silent Lucidity (Empire, Queensrÿche, 1990) al contrario, ai quali segue l’efficacia affilata di Hands Of Time, sono un’anteprima appetitosa e veritiera di quello che succederà nell’arco delle successive dieci tracce: un hard rock melodico e pimpante, power soprattutto nelle ritmiche (Wave Of Fear), che la voce del nostro Gianbattista Manenti interpreta con il graffio tipico di un ‎Tony Harnell‎, o di un Eric Saint Michaels se volete approfittare del lockdown per riscoprire una perla dimenticata. 

Di Pride colpiscono ed ammaliano tanto il vigore quanto la luminosità, il gusto dolce della misura e l’abilità nel suonare leggeri – pur con suoni pesanti – che è tipica dei supergruppi più acclamati.

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Ascoltato con
Cuffie Superlux HD-668B
DAC LH Labs Geek Pulse (ESS9018K2M Core)
Alimentatore LH Labs Linear Power Supply
Filtro Audioquest Jitterbug
Software Foobar2000 ver. 1.3.16 (WIN10 Pro / 64bit)

mercoledì 18 marzo 2020

Recensione DEADRISEN - DEADRISEN


Deadrisen
Recensione: Deadrisen



I Deadrisen arrivano freschi freschi dalla East Coast degli Stati Uniti e sono una creatura di Rod Rivera e Mike LePond: il primo è un chitarrista con oltre trent’anni di esperienza sulle scene del Christian Metal (molti dei quali passati in sodalizio con il singer Johnny Bomma) mentre LePond è, senza dover aggiungere altro, il bassista dei piro-e-tecnici Symphony X. 

E’ la dichiarata volontà di fondere tra loro diverse influenze, che spaziano dal flamenco alla musica mediorientale, passando per heavy metal anni settanta/ottanta e hard rock, che rende interessante questa nuova proposta: un obiettivo ambizioso e sicuramente alla portata di musicisti navigati, ma che normalmente richiede un lavoro di cesellatura finissimo – di diplomazia stilistica se non di attento riordino, alla Marie Kondo – per portare a risultati originali e dalla chiara, sostenibile identità. 

E non si può certo dire che i Deadrisen, impegnati in questo tipo di ricerca, abbiano intenzione di menare il proverbial can per l’aia: pagato il dazio della cinematografica intro, il mi presento di rito (Tapparella, Elio e Le Storie Tese, 1996) è costituito da un assalto programmatico di chitarre e batteria che non concede alcuno spazio all’immaginazione.


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Ascoltato con
Cuffie Superlux HD-668B
DAC LH Labs Geek Pulse (ESS9018K2M Core)
Alimentatore LH Labs Linear Power Supply
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Software Foobar2000 ver. 1.3.16 (WIN10 Pro / 64bit)