venerdì 12 giugno 2020

Recensione ELECTRIC MOB - DISCHARGE


Electric Mob
Recensione: Discharge



Come la Danimarca ai Campionati Europei del 1992, Grecia e Brasile sono sempre più spesso inaspettati e convincenti outsider quando si parla di hard rock, street e glam: in quello che molte delle loro band sfornano puoi ancora sentire il gusto, respirare la passione e quasi toccare quel movimento ambizioso che in altre – più adagiate – latitudini sembra aver perso di intensità. 

Ecosostenibile e cosmopolita, Curitiba è un’importante centro culturale, politico ed economico dell’America Latina, nonché grembo dal quale ha avuto origine la storia degli Electric Mob. 

Fondati nel 2016 e fronteggiati da un concorrente di The Voice Brasil 2016 (quel Renan Zonta già recentemente all’opera sull’album di Magnus Karlsson), i quattro sono l’ennesima scoperta con la quale Frontiers Records intende solleticare i nostalgici delle sonorità di Led Zeppelin, Pearl Jam, Alice in Chains, Foo Fighters, Arctic Monkeys ed Audioslave.

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Alimentatore LH Labs Linear Power Supply
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giovedì 11 giugno 2020

Recensione MAGNUS KARLSSON'S FREE FALL - WE ARE THE NIGHT


Magnus Karlsson's Free Fall
Recensione: We Are The Night



Magnus Karlsson, ancor prima che un talentuoso musicista, potrebbe essere definito un asset (“qualunque entità possa essere determinata e valorizzata in termini finanziari“), tanto valido e determinante è stato negli anni il suo contributo alle cause di Allen/Lande, Allen/Olzon, Starbreaker, Bob Catley e Kiske/Somerville… senza dimenticare Primal Fear ed una carriera solista che lo vede oggi pubblicare il terzo album. 

Del polistrumentista e compositore svedese avevo già avuto modo di apprezzare il convincente debutto datato 2013, e confesso che l’idea di un more of the same non mi sarebbe affatto dispiaciuta. 

D’altronde Karlsson è personaggio divisivo dalle idee piuttosto chiare (“Se non sai scrivere canzoni e non sei in una band valida… tutto si vanifica”), che con il suo tocco ha contribuito alle proprie ed altrui fortune dimostrando in ogni occasione non solo una grande sensibilità nell’esaltare le caratteristiche degli artisti che lo hanno accompagnato, ma anche la capacità di scrivere canzoni brillanti, con un senso ed una identità coerenti con la solidità delle sue posizioni.

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domenica 7 giugno 2020

Recensione BRANT BJORK - BRANT BJORK


Brant Bkork
Recensione: Brant Bjork




Ambasciatore del Californian desert rock, Brant Bjork giunge con questo lavoro omonimo alla tredicesima tappa di una carriera che lo ha visto agitarsi dietro le pelli per Kyuss, Vista China e Fu Manchu. E’ però un deserto dolce ed innamorato, quello narrato da Bjork: benchè asciutti nei suoni, i suoi panorami non sono aridi, né le sue immagini confuse dalle ondate di colore che si levano dall’asfalto incandescente. 

L’artista di Palm Desert ha oggi poco a che spartire con i binari corrosi dalla ruggine di “Blues For The Red Sun” (Kyuss, 1992) o con lo stoner metal degli Out Of Order (Stranded, 1996): qui c’è piuttosto un incidere dolcemente ipnotico (“Mary”), una rilassatezza che sa di siesta, una progressione non troppo pesante e l’abilità nel fare di ogni sussulto – fosse anche solo attraverso un lick di chitarra – un piccolo evento portatore di freschezza. Non c’è dunque il deserto – quello scomodo – al centro del racconto, ma piuttosto la relazione complicata che ognuno può instaurare con i suoi spazi, con i suoi silenzi e con le storie che si intrecciano tra i granelli delle sue sabbie. 

E’ grazie alle tinte tutto sommato sobrie che caratterizzano questo quadro che basta poco per accendere il groove: “Jesus Was A Bluesman” potrà anche parere poca cosa, ma il drive con il quale riprende ogni sua irriverente strofa ammicca e sprona, come una versione classic di “Out Of The Sun” dei Motorhead (“Sacrifice”, 1995).

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giovedì 21 maggio 2020

Recensione PRETTY MAIDS - MAID IN JAPAN, FUTURE WORLD LIVE


Pretty Maids
Recensione: Maid in Japan
Future World Live



Dei Pretty Maids ho sempre apprezzato una certa flessibilità stilistica, ovvero la capacità di risultare convincenti e credibili sia nelle vesti di consumati metaller che in quelle di hard rocker cantori di storie e di amori più o meno tormentati. Un equilibrio certamente favorito sia dalle origini scandinave, dove prendersi troppo sul serio e mantenersi distaccati non è cosa, sia dalla sicurezza data da un seguito nutrito ed entusiasta che fin dal 1981 ne ha accompagnato la carriera. 

“Maid In Japan – Future World Live 30th Anniversary” regala ai fan la possibilità di riascoltare nella sua interezza – con l’aggiunta di una manciata di chicche – l’esecuzione live di “Future World”, un classico della discografia della band uscito originariamente nel 1987, che ha avuto luogo al Club Città di Kawasaki nel 2018. 

Se per celebrare il trentennale i Pretty Maids avevano scelto la vicina Svizzera, per i quarant’anni di carriera i danesi decidono di far visita all’estremo oriente: avido consumatore di metal melodico di stampo nordico, il Giappone ha sempre costituito un mercato di riferimento per il quintetto fronteggiato da Ronnie Atkins, e la scelta di registrare proprio là un paio di spettacoli assicura la presenza di un pubblico folto e partecipe.

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Recensione HER CHARIOT AWAITS - HER CHARIOT AWAITS


Her Chariot Awaits
Recensione: Her Chariot Awaits



Inedito sodalizio tra il chitarrista e produttore americano Mike Orlando (Adrenaline Mob) e la cantante spagnola Aylin (al secolo Pilar María Del Carmen Mónica Giménez García, già sentita nell’edizione spagnola di The X Factor e poi per otto anni con i norvegesi Sirenia), Her Chariot Awaits è un progetto al debutto sotto l’egida di Frontier Records. Nonostante l’appellativo “melodico” scelto dai ragazzi del marketing, il genere proposto è un hard rock piuttosto dinamico e robusto: immaginate qualcosa tra gli slanci più rock dei Garbage, il nervo dei Guano Apes e le melodie dei No Doubt. 

Ritmi sostenuti e sincopati, parti rappate ed il drumming decisamente pieno di Jeff Thal sono le basi di un rock/alternative al quale non mancano grinta, sudore ed una buona dose di tecnica: la voce sottile della singer spagnola potrà non piacere a tutti (la presenza scenica non è quella di una Ely Vásquez dei Six Magics né di una Tave Wanning degli Adrenaline Rush) ma la personalità per rivendicare il proprio spazio anche all’interno dei passaggi più heavy (“Dead Gone”) c’è, ed è espressa con disinvoltura. 

Una seconda menzione la merita il lavoro di chitarra svolto dallo stesso Orlando: ad una certa esuberanza ritmica si accompagnano assoli frequenti e complessi, come lecito aspettarsi da chi – dopotutto – ha fondato una band con Mike Portnoy e Russell Allen.

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martedì 19 maggio 2020

Recensione FM - SYNCHRONIZED


FM
Recensione: Synchronized




Fondati a Londra nel 1984 e giunti al debutto discografico appena due anni più tardi, gli FM non hanno da allora mai più perso lo scettro di alfieri del rock melodico britannico: ben rodati on the road al seguito di Tina Turner, Foreigner, Gary Moore e Bon Jovi, Steve Overland e compagni hanno saputo – con pari autorevolezza – marcare il territorio europeo e fare sentire la propria ingombrante assenza, nel lungo periodo che a cavallo dei due secoli li ha visti lontani dalle scene. A due anni dall’ottimo “Atomic Generation” il quintetto aggiunge dunque un ulteriore tassello alla seconda giovinezza che ha incarnato dal comeback del 2007, e lo fa all’insegna della sincronia, dell’unisono, della contemporaneità. 

Se penso ad un gruppo al suo dodicesimo album, ed al senso che ciascuna sua nuova uscita riesce a mantenere nel cuore di pubblico e critica, non posso che ammirare la serenità del rapporto che questi artisti hanno saputo instaurare con lo scorrere delle ore: un accordo alla Dorian Gray che oggi rinsaldano con il basso sexy e poderoso della title track, con la dolcezza senza tempo di “Ghosts Of You And I” e con le tastiere eleganti di Jem Davis. Preziosità ben contestualizzate, artifici di spiazzante spontaneità e parti di un tutto che nelle mani degli FM rappresenta la quintessenza del rock melodico, il suo distillato più pulito, la sua forma più ricercata ed armoniosa. 

Il vento tra i capelli di “Superstar” e le onde di “Broken” confermano l’abilità di dare struttura e credibilità al sogno: dove i trentasei anni di carriera si sentono tutti è nella capacità di suonare melodici eppure compatti, dolci ma non melliflui, di rockeggiante scioglievolezza grazie ad assoli sanguigni che tratteggiano una leggerezza di sostanza continentale (“Change For The Better”) ed infondono personalità, anche agli episodi più derivativi (“Best Of Times”).

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lunedì 18 maggio 2020

Recensione DENNIS DEYOUNG - 26 EAST, VOLUME 1


Dennis DeYoung
Recensione: 26 East, Volume 1



Parte di un viaggio autobiografico che si preannuncia spalmato da Frontiers Records su due uscite, “26 East” è l’album con il quale Dennis DeYoung, membro fondatore degli Styx, racconta una carriera che lo ha visto abbandonare le umili origini di Chicago per proiettarsi – dalla fine degli anni settanta – nell’Olimpo del rock. 

Fin dalle prime note, l’impressione è anzitutto quella di trovarsi al cospetto di un grande spettacolo, nel suo senso più teatrale e tradizionale: ci sono spazi e buon passo, cori alla Rocky Horror Picture Show e quell’incidere cadenzato e compassato che associamo al rock felice della sua maturità. Divertire divertendosi sembra essere il filo conduttore dell’opera, che tra dialoghi strumentali tra musicisti, originali inserti neoclassici ed una attitudine generalmente brillante accompagna in un ascolto colorato, pomposo, rotondo. 

Complice la durata sostanziosa di ciascuna traccia, “26 East” è un insieme di suggestivi affreschi, piuttosto che una successione di orecchiabili ritornelli: sotto l’apparente semplicità del suo richiamo melodico (“You My Love” ed “Unbroken” riescono ad essere belle perfino nella loro banalità), il disco nasconde arrangiamenti complessi, soluzioni inaspettate e quella caratteristica – propria del mercurio intrappolato nei termometri di una volta – che vede i suoi tempi dilatarsi tanto più aumenta la temperatura dell’esecuzione.

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