domenica 4 agosto 2013

Recensione LITTLE CAESAR - LITTLE CAESAR


Lo confesso: non ricordavo molto dei Little Caesar, frettolosamente ammucchiati nel cassetto dei miei ricordi insieme a tanto hair/glam assunto nel periodo - spesso distratto - della mia adolescenza, ed ho quindi accolto con interesse l'opportunità di riascoltare questo disco. Formati a fine anni ottanta (tra Ritorno Al Futuro e Ritorno Al Futuro Parte II, per contestualizzare anche visivamente) dal cantante ed appassionato motociclista Ron Young, il gruppo pubblicò un EP che gli permise di essere notato, e messo sotto contratto, dalla potente Geffen Records: Little Caesar, l’album di debutto, potè allora contare sulla produzione di Bob Rock e sulla consulenza del leggendario scopritore di talenti John Kalodner, assicurandosi un buon piazzamento (139 della Billboard 200) nelle classifiche americane. Il successivo Influence, pubblicato nel 1992, li vide però perdere il supporto del loro dream team, condannandoli ad un oblio che si sarebbe discograficamente protratto fino al 2009, anno della release di Redemption. Datato 1990 e perfetto candidato ad essere spazzato via dall’onda alternative/grunge che si sarebbe abbattuta sul mercato discografico di lì a breve (secondo alcuni “i Little Caesar sono stati uno dei più grandi fenomeni sfortunati dell'hard rock di fine anni '80“, basti pensare che una certa Smells Like Teen Spirit fu pubblicata solo un anno dopo, e dalla stessa Geffen), il debutto della tatuatissima band di Los Angeles si apre con un posato uno/due all'insegna di un blues rock maturo e composto, reso ancora più solido da una produzione ordinata che nulla ha a che fare con quanto di cotonato/modaiolo credevo di ricordare. Se l'avvio manca forse di personalità, perchè l'aderenza ad un modello soul che sa di già sentito sembra essere l'unica preoccupazione della band (Chain Of Fools è dopotutto una cover di Aretha Franklin, e paradossalmente il singolo di maggiore successo del gruppo), si apprezza almeno la forma nella quale il tutto è proposto: il biker Ron Young è un frontman dal timbro caldo e maturo, graffiante e musicale allo stesso tempo, elemento trascinante - che ritroveremo straordinario ed espressivo in mezzo ai cori quasi-gospel della calda I Wish It Would Rain - di un quadretto che, pur non indugiando su cori di facile presa, si presenta davvero compatto e ben diretto. Voce e batteria sono le componenti in evidenza (ariosa e trascinante la resa dei piatti accarezzati da Morris), quasi a sottolineare il ruolo preponderante di ritmo e melodia, mentre basso e chitarra accompagnano con una discrezione derogata solo al momento dei brevi, e gradevoli, assoli alle sei corde. La cover proposta così in alto in scaletta è una scelta originale e spiazzante, che ancora mi lascia il dubbio circa il tipo di musica che i Little Caesar suonavano veramente: le nubi si diradano a partire dalla terza traccia, con quella Down-n-Dirty con la quale la band recupera il suo piglio hard-rock a metà strada tra un'impostazione classica ed un'attitudine, coerente col periodo, più allusiva e disimpegnata. Lo stile è quello dei Damn Yankees (Damn Yankees, 1990), dei Roxy Blue più sanguigni (Want Some?, 1992) o di un Tommy Conwell & The Young Rumblers (Rumble, 1988) con qualche anno in più sulle spalle, un rock a conti fatti molto più maturo di quanto la scanzonata copertina faccia presagire, rifinito e schematico, forse finto-ruvido, capace di esaltare con professionalità una ballad semplice, malinconica ed appassionata come From The Start. La tracklist particolarmente lunga, per una esecuzione totale di cinquantacinque minuti, permette di apprezzare la bontà schietta della formula che, pur non offrendo picchi di particolare coinvolgimento, continua a proporre in successione ballad romantiche e molto piacevoli (In Your Arms, secondo singolo estratto dall’album), filler decorosi (Little Queenie) ed episodi più groovy (Midtown) o hard-oriented (Rock-n-Roll State Of Mind), presentati con un grado di finitura costante e sempre soddisfacente. Il disco si assesta allora come il trionfo di un quattro/quarti energico e non privo di gusto, di studio e contaminazione soul, al quale i contributi di chitarra, la presenza di un pianoforte o di un’arpa, l’agilità di una linea di basso, la performance del suo frontman e la straordinaria attualità dei suoni (sono passati ventitre anni) regala ancora un qualche motivo di interesse. Little Caesar sembra un disco confezionato per possedere un appeal universale e fuori dal tempo, tanto accessibile e fresco - seppur in certa misura generico - rimane il suo hard-rock: sacrificando un briciolo di personalità e qualsiasi fattore di sorpresa, la band californiana ferma nel tempo queste dodici tracce che oggi, preso atto di quanto il passare degli anni e delle mode non le abbia sapute scalfire, si tornano ad apprezzare con piacere nuovo ed empatico. A questo disco va infine ascritto il merito di raccontarci una storia triste con il lieto fine, nella quale crediamo di vedere noi stessi, gli entusiasmi traditi e la fatica per risalire, nonostante le difficoltà: Little Caesar non ci regala solo buona musica, allora, ma anche la speranza che alle nostre vite, pur tra gli ineludibili alti & bassi, possa capitare la stessa fortuna.

“20 years ago we were offered to play the festival when it was called Monsters Of Rock. We had to turn it down because our label would not give us the funds to get there. Today, with no label, manager or big-money supporters, we finally made it. We got there because we have some amazing people that prop us up, inspire us, and bless us with their talent, energies – and most priceless, their friendship. They’ve helped us accomplish what we couldn’t do with a lot of powerful people behind us.” (Ron Young, 2013)

[6]

Hard Rock, 1990

Geffen Records

Tracklist:
  1. Cajin Panther
  2. Chain Of Fools
  3. Down-n-Dirty
  4. Drive It Home
  5. From The Start
  6. Hard Times
  7. I Wish It Would Rain
  8. In Your Arms
  9. Little Queenie
  10. Midtown
  11. Rock-n-Roll State Of Mind
  12. Wrong Side Of The Tracks

Line-up:

Ron Young (Voce)
Louren Molinare (Chitarra)
Apache (Chitarra)
John Webster (Tastiere)
Fidel Paniagua (Basso)
Tom Morris (Batteria)

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